I ciliegi di via Panama

Negli anni venti l’imperatore del Giappone Hirohito donò alla città di Roma degli alberi di ciliegio che vennero piantati in una zona limitrofa della città. Tra Villa Ada e Via Salaria corre una strada, Via Panama. Proprio qui vennero piantati gli alberi dell’imperatore. Per l’occasione la strada fu ribattezzata via del Giappone. Questo fino alla fine della seconda guerra mondiale… Ho percorso la via alla ricerca di questo pezzetto di Giappone a Roma e con mio grande rammarico mi sono resa conto che lungo la placida strada non rimangono che due, forse tre dei bellissimi ciliegi piantati settantanni fa. Si riconoscono in mezzo a tante pianticelle rachitiche per la loro possenza e l’ampiezza del loro fusto. In questi giorni sono particolarmente belli, gonfi di rosa acceso celebrano una nuova primavera e un’antica amicizia, ignorati dal traffico che va.

ちりじりに居てもする也花の春

chiri-jiri ni ite mo suru nari hana no haru

Sono lontano da casa ma sboccia un’altra primavera

Haiku composto nel 1817 da Kobayashi Issa

Domenica di primavera, Hiroshige o Porta Portese?

La mostra di Hiroshige è iniziata e ancora non sono andata. Fino ad ora mi sono fatta influenzare dal fatto che si trova a via del Corso, strada che non sopporto proprio. Per il momento quindi la visita alla mostra è rimandata.

Sono stata di nuovo al Mercato di Porta Portese. Faccio sempre lo stesso giro e lascio vagare il mio sguardo su persone e cose. Proprio quando il paesaggio è lo stesso che si notano i particolari. I banchi sono sempre quelli, qua e la i buchi lasciati dai vigili roditori e io che ho le mie preferenze spero di venire catturata da oggetti stupefacenti che non trovo ahimè quasi mai.

I miei acquisti preferiti: dvd, dvd, dvd, libri, piantine, collants e cosmetici. Ogni tanto un ninnolo, o il cambio del cinturino. Ho sempre l’acquolina di fronte ai fumi del salsicciaro di piazza Ippolito Nievo, ma resisto e continuo la mia discesa tra ombrelli, scarpe, cappelli e cumuli di “firmato”, mentre mi lascio catturare volentieri più a valle dalle fusaie e dalle olive di via Ettore Rolli mentre guardo sempre un po’ disgustata il verdolino in sospensione di quella strana fontana messa lassù, ma già così giù *_*

Propositi della domenica. Riuscire a leggere i due libri che ho comprato La nobiltà della sconfitta di Ivan Morris (Guanda 1983) e Le borgate di Roma di Giovanni Berlinguer e Piero Della Seta (Editori Riuniti 1976), entrambi pubblicati per la prima volta negli anni ’70 e poi andare a fare qualche foto alla passeggiata del Giappone dell’Eur, finchè i ciliegi sono in fiore.

Canzone di oggi, questa indimenticabile. AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAANCORAAAAAAAAAAAA

AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAMOOOOOOOOOOOOOORE AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHH

Kodo, il battito.

Dall’isola di Sado, terra di selvaggia bellezza e di desolazione per essere stata nei secoli terra di confino, arriva la musica trascinante dei tamburi giapponesi.
Ritmo e tanta potenza. Questi sono i taiko suonati dai Kodo, una miscela di sapiente tecnica, fisicità, tradizione e innovazione per una musica sorprendente. Il risultato sono sonorità esplosive e travolgenti, in un crescendo che porta ad esplosioni di gioia pura (o almeno è quello che succede a me).
La prima esibizione di Taiko l’ho vista moltissimi anni fa in una estate romana all’Eur. Una vera scoperta. E io che pensavo che la musica giapponese fosse solo flauto e shamisen. I taiko sono eccitanti. Da allora sono un appuntamento fisso.
Lo scorso anno ho visto gli ONDEKOZA, quest’anno invece i KODO durante il loro One Earth Tour 2009 saranno in Italia a maggio. I concerti si terranno all’Auditorium di Roma, il 23-25 e 26 e il 27 di maggio. Sembra che per le prime tre date si tratti di un concerto insieme all’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, il 27 invece si tratterà solo di tamburi giapponesi.
Da non perdere. Date un’occhiata al video per una assaggio della bellezza e della forza che trasmette questa musica.

Ristoranti giapponesi a Roma: Sushisen

Foto di Neve*
Ogni tanto ho bisogno di addentare sushi, anche se a Roma l’offerta non è delle migliori. A parte qualche indirizzo oramai la maggioranza del panorama romano è rappresentato da ristoranti cinesi che hanno fiutato l’affare e si sono agghindati di noren e maneki neko con la zampina mobile.
Quindi la scelta è piuttosto limitata: Hamasei, Hasekura, Rokko, Bishobu Kobo, Kisso e Sushisen.

Conosco Sushisen da molto tempo, da quando è stato aperto…..
Lo frequentavo con una certa assiduità da aver visto il personale, il servizio e i prezzi cambiare negli ultimi tempi. Nella galassia di ristoranti giapponesi, o che vogliono per tali apparire (diciamolo, soprattutto nel conto) perchè un cinese travestito è sempre un cinese, il Sushisen ha rappresentato per un po’ di tempo una valida alternativa ai più costosi Hamasei o Hasekura. Il kaiten poi (il nastro che ruota) era una novità da noi e quindi un divertente motivo di conversazione.
Il menu è piuttosto ampio e diversificato e perciò apprezzato anche da chi non ama particolarmente il pesce crudo. I prezzi sono nella media, anche se con gli anni sono cresciuti sempre più. A parte i piatti di nigiri sushi che costano uno sproposito (in linea comunque) c’è un po’ di tutto e Sushisen si è specializzato in fantasiosi california rolls e uramaki. La cosa che non amo però è l’uso abbondantante di salse, maionese e creme con le quali infarcisono il riso. Decisamente troppe. Qua e là ho visto anche del surimi.

Tra l’altro, ultimamente, purtroppo, ho notato una certa disattenzione nel conto. Spesso capita, a me è capitato ben 3 volte, le ultime tre che sono andata, che il conto presenti delle anomalie, ossia che mettano in conto cose mai ordinate oppure ordinate ma mai arrivate al tavolo. Succede anche che si sbaglino o con il numero dei piattini presi o sul colore. E non si tratta mai di cifre di poco conto.
La prima volta che capita non ci fai caso,, la seconda pensi che siano forse un po’ troppo distratti, la terza cominci a pensare che ci sia dell’altro…anche perchè l’ultima volta si sono sbagliati per un importo superiore ai venti euro! Secondo voi quanti controllano che le voci riportate nel conto corrispondano a quello effettivamente mangiato, o si ricordano quanti e quali piattini hanno impilato? Quanti capiscono o riescono a districarsi nei nomi scritti solo in giapponese? E pensare che prendono le indicazioni con il palmare…..


Non è gradevole andare in un posto dove sbagliano il conto con questa facilità e dove ti costringono a noiose verifiche e antipatiche rettifiche.

Ristoranti giapponesi a Roma: Autunno e Lunch Set da Hamasei



Foto e Collage di Neve*



Oggi è sabato, Roma regala ancora giornate calde, cieli alti di nuvole barocche, l’affaire Alitalia è agli sgoccioli e io mi concedo una pausa giapponese in questa città molto poco cosmopolita.
Pranzo da Hamasei. Nel panorama piuttosto affollato di ristoranti giappo, pseudo giappo, approssimativamente giappo, Hamasei è un punto fermo.
Sta là in via della Mercede, tra piazza San Silvestro, piazza di Spagna e via del Tritone dai lontani anni 70, pioniere della cucina orientale in una città tradizionalista e caciarona come Roma.
Hamasei resiste e si rinnova. Tra i giapponesi romani è il più tradizionale e il più grande ristorante di Roma. Ora è ancora più grande, ed offre oltre ad una sala tatami, un nuovo sushi bar (che stanno ultimando), diversi ambienti e nella parte nuova c’è un lungo tavolo per avventori singoli con una grande zona di tavolini per due. L’arredamento seppur minimalista è caldo. Come tutti i giapponesi non è particolarmente economico, ma se ci andate all’ora di pranzo con 15 euro si può scegliere tra quattro tipi di Lunch Set : sushi-sashimi-salmone alla griglia- tonkatsu, la cotoletta di maiale.
Il sushi e il sashimi set sono i più richiesti e si capisce il motivo, una qualunque vaschetta di sushi anche take away (nei supermercati o da Daruma) non costa mai meno di 10 euro. Qui nel vassoio trovate anche un antipasto, sottoaceti, una ciotola di misoshiru e un po’ di frutta. Potete mangiare in pace, seduti in un bell’ambiente e serviti da personale efficiente e discreto. Che volete de più? Le bevande sono a parte, ma una teiera di te verde costa 3 euro.
Hamasei, via della Mercede, 35 Roma tel. 06 6792134

Foto di Neve*

Nuvole barocche sull’isola Tiberina

Muji a Roma, il no brand superbrand.


Me ne sono accorta tardi. E’ più di un mese che ha aperto il primo negozio Muji della capitale! Ci sono stata ieri. A via del Tritone 199, dove prima c’era le pain quotidien oggi c’è MUJI. Non grandissimo, e secondo me anche in posizione poco felice.
Da che mi ricordi quel pezzo di via del Tritone è sempre stato abbastanza sfigato dal punto di vista commerciale. Zona di passaggio (soprattutto di autobus e taxi), ad alta concentrazione turistica (a due passi c’è fontana di trevi) ma marciapiede angusto e tratto di strada che non invita a passeggiare.
Ma Muji non ha bisogno di presentazioni e sarà un successo anche dove lo hanno aperto.
Colori del negozio rosso scuro, grigio, acciaio. Oggettistica personale e per la casa bella, funzionale, elegante, dal design minimalista, mooooolto giappo.
Rispetto ai negozi nella madrepatria, l’assortimento di Roma è piuttosto sacrificato, ma tant’è e ci accontentiamo. Sono sicura che apriranno un altro punto vendita, perchè sarà un successone. Magari non in zona ZTL e con la superficie che merita.
Nota dolente i prezzi. Rispetto a Muji Giappone mediamente il doppio, qualche volta di più, ma fa niente c’è tale fame di cose belle e dal design pulito che i romani non ci faranno caso.
Questo il sito http://www.muji.net/ con la possibilità di acquistare anche on-line.

Un pezzetto di Giappone a Porta Latina

Red brick medieval city walls with gated towers and cityscape beyond
V

Ultima domenica agostana. Rientri. Romani al mare. Approfitto dell’atmosfera sonnacchiosa per andare in un angolo di Roma nascosto e poco conosciuto. Lungo le mura Aureliane, tra Porta San Sebastiano e Porta Metronia, si apre un’altra porta. Attraversandola si raggiunge in pochi passi via San Giovanni a Porta Latina, una strada chiusa che custodisce una delle più belle chiese paleocristiane di Roma. Chi arriva dalle mura rimane sorpreso da tanta pace e tanta bellezza. Siamo a due passi da San Giovanni e dal quartiere Appio ma sembra di essere in un’altra città. Lo slargo che ospita la chiesetta, rappresenta un unicum come pochi altri luoghi nella capitale, complice sicuramente la situazione appartata. Chiesa antichissima del settimo secolo, ha l’impianto paleocristiano ma il campanile è più tardo, di epoca romanica. L’interno conserva l’impianto architettonico originale, ma è stato rimaneggiato e non ha lo stesso fascino della facciata. Completano sul fronte della chiesa un pozzo medievale e un enorme cedro del libano, sicuramente centenario. Un angolo di Roma suggestivo, soprattutto la sera, soprattutto se non c’è nessuno.
Accanto alla chiesa, sulla sinistra si trova un cancello (sempre chiuso) che ospita l’ex villa Attolico con la residenza dell’ambasciata Giapponese, come recita la targa semi nascosta dall’esuberante vegetazione. Bel posto per vivere signora ambasciatrice


la targa accanto all’ingresso

Resoconto terzo Mercatino giapponese di Roma


Si è svolto domenica 16 dicembre il terzo appuntamento del mercatino giapponese di Roma. Questa volta è stato fatto al circolo degli artisti in via Casilina Vecchia.
Io avevo un banchetto stra-figo, per chi se ne intende, pieno di superfortunati Manekineko che sono andati via come l’acqua (foto) e di oggettistica della più varia, tutta presa in Giappone.
Il mercatino ha aperto alle 11 ed è andato avanti fino a sera inoltrata e io seppur infreddolita mi sono divertita parecchio.

Che Chanbara!

Ogni tanto si prendono delle “sole”.
Ieri sera ne ho presa una. All’ Auditorium di Santa Cecilia davano lo spettacolo giapponese Chanbara, tamburi e spada. L’accostamento dei tamburi e delle spade mi pareva strano, ma a Roma le occasioni di assistere a spettacoli giapponesi è così limitata che non si va tanto per il sottile.
Altra anomalia, lo spettacolo iniziava alle 20.30, piuttosto presto per le nostre abitudini.
Arrivati all’Auditorium, dopo una ricerca spasmodica del parcheggio la settimana prima di Natale, ci siamo accomodati in galleria (euro 20) e un’altra anomalia mi si è presentata: la comunità giapponese era pressochè assente, cosa piuttosto strana vista la penuria di appuntamenti nipponici nella capitale e tra il pubblico c’era il pieno di adolescenti.
Sempre più sospettosa mi sono messa a leggere la locandina, e per scrupolo ho dato un’occhiata al nome degli artisti, tanto per accertarmi che fossero veramente giapponesi. Lo erano quindi, mi sono tranquillizzata e ho deciso di dar credito a chi aveva organizzato l’evento (Romaeuropa Festival) e al fatto che avevano fatto addirittura due serate.
Quando però si è fatto buio in sala e è iniziato lo spettacolo, prima ho riso per dieci minuti e poi me so’ proprio avvilita.
Sicuramente non capisco nulla di arti marziali, ma quello che ho visto era a metà tra un film di Bruce Lee e i film di Godzilla (quelli con gli attori mascherati e il pupazzone di gomma che con le zampate buttava giù i grattacieli di Tokyo) che davano sulle private negli anni ottanta.
Boh, m’è sembrato uno spettacolo senza senso, accompagnato da effetti sonori da guerre stellari e fumi da disco music. Quelli che maneggiavano la spada erano tutti molto bravi, degli acrobati direi, ma sinceramente lo spettacolo non m’è piaciuto. Di tutto quello che ho visto salvo solo gli assolo di taiko suonati per una decina di minuti alla fine del primo tempo. Basta.
Chanbara è stato una caricatura, uno spettacolo ad uso e consumo degli occidentali, una cosa proprio brutt, direi.
Alla fine del primo tempo, ci hanno invitato ad alzarci ed uscire dalla sala per permettere il cambio scena, io a quel punto non avendo più dubbi e tormentata da crampi di fame, ne ho approfittato e me ne sono andata.