
ちりじりに居てもする也花の春
chiri-jiri ni ite mo suru nari hana no haru
Sono lontano da casa ma sboccia un’altra primavera
Haiku composto nel 1817 da Kobayashi Issa
Giappone, viaggi indipendenti e piccole storie metropolitane dal 2007

ちりじりに居てもする也花の春
chiri-jiri ni ite mo suru nari hana no haru
Sono lontano da casa ma sboccia un’altra primavera
Haiku composto nel 1817 da Kobayashi Issa
Canzone di oggi, questa indimenticabile. AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAANCORAAAAAAAAAAAA
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| Foto di Neve* |
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| Foto di Neve* |

Me ne sono accorta tardi. E’ più di un mese che ha aperto il primo negozio Muji della capitale! Ci sono stata ieri. A via del Tritone 199, dove prima c’era le pain quotidien oggi c’è MUJI. Non grandissimo, e secondo me anche in posizione poco felice.
Da che mi ricordi quel pezzo di via del Tritone è sempre stato abbastanza sfigato dal punto di vista commerciale. Zona di passaggio (soprattutto di autobus e taxi), ad alta concentrazione turistica (a due passi c’è fontana di trevi) ma marciapiede angusto e tratto di strada che non invita a passeggiare.
Ma Muji non ha bisogno di presentazioni e sarà un successo anche dove lo hanno aperto.
Colori del negozio rosso scuro, grigio, acciaio. Oggettistica personale e per la casa bella, funzionale, elegante, dal design minimalista, mooooolto giappo.
Rispetto ai negozi nella madrepatria, l’assortimento di Roma è piuttosto sacrificato, ma tant’è e ci accontentiamo. Sono sicura che apriranno un altro punto vendita, perchè sarà un successone. Magari non in zona ZTL e con la superficie che merita.
Nota dolente i prezzi. Rispetto a Muji Giappone mediamente il doppio, qualche volta di più, ma fa niente c’è tale fame di cose belle e dal design pulito che i romani non ci faranno caso.
Questo il sito http://www.muji.net/ con la possibilità di acquistare anche on-line.


Si è svolto domenica 16 dicembre il terzo appuntamento del mercatino giapponese di Roma. Questa volta è stato fatto al circolo degli artisti in via Casilina Vecchia.
Io avevo un banchetto stra-figo, per chi se ne intende, pieno di superfortunati Manekineko che sono andati via come l’acqua (foto) e di oggettistica della più varia, tutta presa in Giappone.
Il mercatino ha aperto alle 11 ed è andato avanti fino a sera inoltrata e io seppur infreddolita mi sono divertita parecchio.
Ogni tanto si prendono delle “sole”.
Ieri sera ne ho presa una. All’ Auditorium di Santa Cecilia davano lo spettacolo giapponese Chanbara, tamburi e spada. L’accostamento dei tamburi e delle spade mi pareva strano, ma a Roma le occasioni di assistere a spettacoli giapponesi è così limitata che non si va tanto per il sottile.
Altra anomalia, lo spettacolo iniziava alle 20.30, piuttosto presto per le nostre abitudini.
Arrivati all’Auditorium, dopo una ricerca spasmodica del parcheggio la settimana prima di Natale, ci siamo accomodati in galleria (euro 20) e un’altra anomalia mi si è presentata: la comunità giapponese era pressochè assente, cosa piuttosto strana vista la penuria di appuntamenti nipponici nella capitale e tra il pubblico c’era il pieno di adolescenti.
Sempre più sospettosa mi sono messa a leggere la locandina, e per scrupolo ho dato un’occhiata al nome degli artisti, tanto per accertarmi che fossero veramente giapponesi. Lo erano quindi, mi sono tranquillizzata e ho deciso di dar credito a chi aveva organizzato l’evento (Romaeuropa Festival) e al fatto che avevano fatto addirittura due serate.
Quando però si è fatto buio in sala e è iniziato lo spettacolo, prima ho riso per dieci minuti e poi me so’ proprio avvilita.
Sicuramente non capisco nulla di arti marziali, ma quello che ho visto era a metà tra un film di Bruce Lee e i film di Godzilla (quelli con gli attori mascherati e il pupazzone di gomma che con le zampate buttava giù i grattacieli di Tokyo) che davano sulle private negli anni ottanta.
Boh, m’è sembrato uno spettacolo senza senso, accompagnato da effetti sonori da guerre stellari e fumi da disco music. Quelli che maneggiavano la spada erano tutti molto bravi, degli acrobati direi, ma sinceramente lo spettacolo non m’è piaciuto. Di tutto quello che ho visto salvo solo gli assolo di taiko suonati per una decina di minuti alla fine del primo tempo. Basta.
Chanbara è stato una caricatura, uno spettacolo ad uso e consumo degli occidentali, una cosa proprio brutt, direi.
Alla fine del primo tempo, ci hanno invitato ad alzarci ed uscire dalla sala per permettere il cambio scena, io a quel punto non avendo più dubbi e tormentata da crampi di fame, ne ho approfittato e me ne sono andata.