Mi dicono che da quest’anno la festa democratica è tornata a chiamarsi Festa de L’Unità. Lo confesso: sono una nostalgica.
Sono affezionata alle Feste de L’Unità e a quello che hanno rappresentato, almeno per me. Sarà perché a Roma, fino alla fine degli anni Ottanta, se ne facevano tante e a me piacevano tutte. Si cominciava a giugno e si finiva con le piogge di settembre e le vacanze scolastiche coincidevano con le Feste de L’Unità.
Ogni quartiere ne organizzava una o anche più. Mi ricordo che al quartiere Trullo, dove sono nata e cresciuta, se ne facevano tre: la prima proprio nella borgata, la seconda a Montecucco sopra il Trullo ed infine l’ultima nella zona chiamata Affogalasino, più avanti verso la via Portuense.
Chiaramente la pole position era riservata alla sezione che portava più voti al PCI e quindi non c’era mai storia. La prima festa, quella più affollata e fortunata, era sempre quella del Trullo.
Alle feste c’era sempre tanta gente, famiglie intere a passeggiare, a mangiare, ad animare lo spazio dibattiti (e sì, esisteva pure quello), a sentire la musica, a curiosare tra i sigari cubani e le matriosche sovietiche, mentre i bambini si divertivano con i cartocci della pesca.
Insomma, le feste erano l’Estate Romana prima dell’Estate Romana. Quando Roma d’agosto si svuotava ti potevi consolare con il pane casareccio e la salsiccia, due penne all’arrabbiata, mentre il massimo della vita era scivolare sul brecciolino e andare a bruciarsi le centolire al gioco dei tappi.
C’era un’atmosfera bella, fatta di entusiasmo e di tanto lavoro, tutto volontario. Mi ricordo papà e mamma impegnati nella vita di quartiere, quando l’impegno era una parola che non faceva paura.
Ero piccola, ma chi se lo dimentica papà le sere d’inverno alla sezione di via Vigna Consorti, coinvolto in interminabili riunioni, tra fumo, manifesti e giovani della Fgci che a me allora sembravano dei gran bei ragazzi.
Poi qualcosa, dalla metà degli anni Ottanta, è cambiato. A partire dalle piccole cose, come le Feste de L’Unità.
Mentre Viale Ventimiglia si riempiva di macchine che parcheggiavano e ripartivano lasciando a terra tappeti di siringhe usate, la mamma continuava a fare la volontaria al ristorante della Festa Nazionale de L’Unità, organizzata per la prima volta a Roma.
Eravamo nel 1984 e non solo per noi, ma per Roma intera, o almeno per quella parte che aveva la tessera del PCI in tasca, fu un grande evento. Per la prima volta una Festa Nazionale lasciava l’Emilia-Romagna e scendeva nella capitale.
Ricordo però anche che papà, già abbastanza disilluso dal partito prima ancora della caduta del Muro, si arrabbiò molto quando venne a sapere che mamma, dopo ore passate in cucina a lavorare per la causa comune, si era presa una pausa e un piatto di fusilli che però le fecero pagare.
Papà s’incazzò parecchio. E aveva ragione.
Così, quando con una botta di fortuna unica — e mai più ricapitata — vincemmo alla lotteria di un’altra festa, di un’altra estate, un’utilitaria SEAT, papà si sentì in diritto di restituire il favore.
Me lo ricordo come fosse ieri: ha trascinato me e mia sorella, entrambe recalcitranti sul palco e, invece del pugno chiuso, ha alzato il biglietto vincente in segno di vittoria. Memorabile.
Quando poi arrivò la richiesta dei compagni di partito — una richiesta che secondo loro non avrebbe nemmeno dovuto essere formulata — di restituire il premio, non solo non se li filò di striscio, ma rispose con una pernacchia che credo riecheggi ancora per tutta Roma.
Non si sono mai ripresi dalla delusione.
Insomma, che le Feste de L’Unità, il partito, il mio quartiere e lo scenario politico italiano stessero cambiando, io l’ho capito da queste piccole cose.
Le feste sono diventate sempre meno. Così come le sezioni. Così come i volontari. Così come i voti.
Quindi, pensandoci bene, è giusto che la Festa de L’Unità non si chiami più così.
Quella era la festa del PCI. E il PCI non esiste più. Che cosa ci sia adesso non l’ho ancora capito. E, cosa ben più grave, non l’hanno capito neanche loro.
Quell’accozzaglia di bancarelle, quella festa paesana dove vendono saponette, pentole e sigarette, dove ti leggono le carte, dove c’è il ristorante palestinese ma anche quello israeliano, dove per trovare i dibattiti serve una caccia al tesoro e dove un primo costa nove euro, chiamatela come vi pare.
Ma per favore, non Festa de L’Unità.
Prima pubblicazione: 7 novembre 2014.
© Silvia Fancello / Nevesottile


