
Può un panda rosso raccontare il Giappone meglio di un saggio di sociologia?
C’è una cosa che il Giappone sa fare benissimo: prendere qualcosa di kawaii, apparentemente innocuo, e usarlo per raccontare l’inferno.
A prima vista Aggretsuko è una serie animata con animaletti antropomorfi. Retsuko, la protagonista,
è una femmina di panda rosso, ha 25 anni, è single, segno zodiacale scorpione, gruppo sanguigno A, lavora da cinque anni nel reparto contabilità di una società di Tokyo nel quartiere di Shinjuku. E’ una ragazza seria e affidabile, dedica tutta sé stessa al proprio lavoro, fa spesso straordinari, ma è considerata dagli altri timida, insicura, remissiva ed eccessivamente desiderosa di compiacere gli altri.
Retsuko in ufficio veste la tipica uniforme femminile da impiegata in un paese che è il paradiso delle divise: gilet e gonna blu, camicia bianca e scarpe marroni. dice sempre di sì, si scusa anche quando non dovrebbe e sopporta con stoicismo zen colleghi, superiori, straordinari, umiliazioni e piccole violenze quotidiane. Retsuko è tipica nelle sue marche di genere, piccola, aggraziata, composta e con un linguaggio appropriato e rispettoso delle gerarchie.
Vessata in ufficio dal capo ma anche dai colleghi, con una vita monotona e un lavoro noioso, Retsuko ha un segreto che le permette di sopravvivere. Come una Dr Jeckill e Mr. Hide nipponica sfoga tutta la rabbia repressa e le frustrazioni in un cabina del karaoke. Retsuko che è appassionata di death metal usa la musica come veicolo espressivo delle sue vere emozioni, per fuggire così all’alienazione e allo stress della sua vita di schiava aziendale.
La panda rossa che sorride troppo
Retsuko è la classica Office Lady, o OL, una giovane impiegata diligente, carina, educata, possibilmente non troppo assertiva, possibilmente non troppo ambiziosa, possibilmente destinata prima o poi a lasciare il lavoro per sposarsi prima che di diventare una Christmas cake, come venivano chiamate con una certa crudeltà le donne non sposate oltre i 25 anni. Una torta di Natale che, passato il 25 dicembre, nessuno vuole più comprare.
Nel caso di Retsuko, la cosa è resa ancora più evidente dal fatto che in ufficio le tocca anche servire il tè. Retsuko è parte di Ochakumi, la squadra del tè. Serve il tè al capo e lo fa tutte le mattine. Una di quelle pratiche non scritte che sembrano piccole, ma che raccontano benissimo una divisione dei ruoli ancora molto radicata.
Quando ho lavorato per un periodo in un negozio giapponese a Roma, sono stata anch’io ochakumi. Preparavo e servivo il tè: un gesto piccolo, quasi invisibile, ma pieno di significati. Guardando Retsuko, quella scena non mi è sembrata affatto esotica. Mi è sembrata familiare.
Retsuko lavora, fa straordinari, patisce umiliazioni, viene trattata come un’incapace dal capo Ton, viene vessata dalle colleghe senpai. Ma Retsuko fa gaman, sopporta perché, almeno nel suo mondo la facciata è tutto.

Honne e tatemae, ovvero: quello che sei e quello che devi essere
Per capire Aggretsuko, e la cultura giapponese, bisogna passare da due parole giapponesi che ne regolano la vita, honne e tatemae. Honne è quello che senti davvero. Il desiderio, la rabbia, la frustrazione, la paura, la voglia di cambiare vita, il tuo vero io e i tuoi veri sentimenti, la tentazione di mandare tutti al diavolo e aprire un tako rice stand a Okinawa.
Tatemae è quello che mostri fuori. Il sorriso educato, il “va tutto bene”, il “non si preoccupi”, il “certo, faccio io.
Retsuko, la nostra panda, vive esattamente lì, nello spazio strettissimo tra honne e tatemae. In ufficio è composta, remissiva, accomodante. Nei momenti di solitudine, nella cabina del karaoke ogni sera diventa Aggretsuko: occhi spiritati, voce growl, rabbia pura, microfono in mano che usa come un’arma, parolacce. E infatti il karaoke non è solo karaoke. È santuario, rifugio, confessionale, camera di decompressione. È il luogo in cui può finalmente dire la verità, essere sè stessa, anche se la verità esce in death metal.
Perché si chiama Aggretsuko?
Il nome nasce dall’unione di aggressive e Retsuko. La protagonista, all’apparenza timida e accomodante, nasconde infatti una personalità esplosiva che emerge solo quando canta death metal. Già il suo nome racconta il conflitto tra quello che mostra al mondo e quello che prova davvero.
Perché sono tutti animali?
Nessun umano nella serie. Ogni personaggio è un animale e la specie non è casuale. Ton è un maiale, arrogante e ingombrante. Fenneko è una fennec, osservatrice e intuitiva. Washimi è un rapace elegante e autorevole. Gli animali funzionano come una scorciatoia narrativa: bastano pochi tratti per intuire il carattere di ciascuno dei personaggi che popolano la serie.
ll kawaii come linguaggio
In Aggretsuko il kawaii non serve solo a rendere i personaggi più simpatici. Serve ad abbassare le difese dello spettatore. Ci si rilassa davanti a un panda rosso dagli occhi grandi e dalla voce infantile, ma pochi minuti dopo ci si trova a riflettere su sessismo, precarietà e alienazione. È proprio questo contrasto a rendere la serie così efficace. È proprio qui che Aggretsuko smette di essere solo un anime e diventa una critica sociale.
Il kawaii, ma con la chitarra metal
Aggretsuko usa il linguaggio del kawaii per parlare di cose che kawaii non sono per niente. Qui attraverso il morbido si va sul duro, si parla di burnout, Sessismo, bullismo sul lavoro, gerarchie aziendali, solitudine, pressione sociale, desiderio di essere amate, riconosciute, libere. La fatica di diventare adulte senza perdersi.
Il kawaii viene prima usato e poi sabotato. Desemantizzato, direbbe la semiotica. E la serie rivela tutta la violenza del sistema.

Ton, il capo maiale
Il capo di Retsuko si chiama Ton. È un maiale. Maschilista, autoritario, pigro, ignorante, pieno di sè, convinto che certe cose siano “da donne”, tipo servire il tè, pulire, sopportare, lavorare e non lamentarsi. È anche contro la tecnologia e usa l’abaco, che già basterebbe come capo d’accusa.
Ton non è solo un personaggio comico. È l’incarnazione di un certo potere aziendale vecchio, patriarcale, autoassolutorio. Quello che ti umilia e poi ti spiega pure che lo fa per il tuo bene. Quello che trasforma la gerarchia in abuso e l’abuso in tradizione.
Accanto a lui ci sono altri personaggi meravigliosamente riconoscibili: la collega arrivista, la senpai dispotica, l’amica cinica che capisce tutto, le donne di potere che sembrano vivere in un altro piano dell’esistenza, più alto, più elegante, con scarpe migliori. Aggretsuko sembra una favola di animali, ma in realtà è un piccolo manuale di sociologia aziendale e non solo
La musica come lingua segreta
Il death metal di Retsuko non è un semplice tormentone. È il suo linguaggio privato. Di giorno Retsuko parla la lingua del tatemae: educazione, controllo, misura, cortesia. Quando le luci calano e si accendono i neon e si parla la lingua dell’honne.
La musica è una forma di sopravvivenza. Non risolve il problema, certo. Retsuko non abbatte il sistema a colpi di growl. Però trova uno spazio in cui non deve più fingere. E in un mondo in cui tutti le chiedono di essere accomodante, già questo è rivoluzionario.
Aggretsuko siamo noi?
Il motivo per cui Aggretsuko funziona così bene è che parla del Giappone, sì, ma non solo del Giappone. Certo, ci sono elementi molto specifici: la cultura aziendale giapponese, gli straordinari, il nomikai, le gerarchie, la pressione del gruppo, l’idea che l’armonia sociale venga prima dell’espressione individuale. Non è una scelta casuale. Il death metal è l’opposto del mondo ordinato dell’ufficio. Dove il lavoro richiede controllo, misura e autocensura, la musica diventa rumore, rabbia e liberazione, disordine. È il linguaggio dell’honne che rompe il silenzio imposto dal tatemae.
Però poi, sotto, c’è qualcosa di molto più universale. Quante volte ci trasformiamo in una versione accettabile di noi stesse per sopravvivere al lavoro, alla famiglia, alle aspettative, all’età, ai ruoli che ci vengono appiccicati addosso?
Quante volte sorridiamo mentre vorremmo cantare death metal in bagno? Ecco. Aggretsuko funziona perché prende questa frattura e la rende visibile. Da una parte la brava ragazza. Dall’altra la furia. Da una parte la divisa. Dall’altra il microfono. Da una parte il “va tutto bene”. Dall’altra “no, non va bene per niente”.
Un anime non per bambini
Aggretsuko non è una serie per bambini. Aggretsuko parla agli adulti. Soprattutto a chi ha lavorato in un ufficio, ha avuto un capo insopportabile, ha subito frasi sessiste, ha fatto straordinari non richiesti, ha sorriso per educazione mentre avrebbe voluto fuggire via lontano. È una serie buffa, sì. Ma anche amarissima.
Aggretsuko desemantizza il kawaii e lo risemantizza: dalla gattina Hello Kitty senza bocca all’urlo cavernoso di Retsuko il passo è grande e il messaggio è chiaro: il Giappone non è un paese per O.L.
Questo articolo nasce da un progetto realizzato per il corso Lingua, linguaggio e genere della prof.ssa Bianca Terracciano, durante il mio percorso magistrale alla Sapienza Università di Roma. Ho pensato che sarebbe stato un peccato lasciarlo in un cassetto: il bello della semiotica è proprio questo, insegnarci a guardare con occhi diversi anche un anime apparentemente leggero.
La serie è stata pubblicata da Netflix ed è arrivata alla quinta serie. Per saperne di più qui






