Aggretsuko e il Giappone visto dalla cabina di un karaoke.

Può un panda rosso raccontare il Giappone meglio di un saggio di sociologia?

C’è una cosa che il Giappone sa fare benissimo: prendere qualcosa di kawaii, apparentemente innocuo, e usarlo per raccontare l’inferno.

A prima vista Aggretsuko è una serie animata con animaletti antropomorfi. Retsuko, la protagonista,
è una femmina di panda rosso, ha 25 anni, è single, segno zodiacale scorpione, gruppo sanguigno A, lavora da cinque anni nel reparto contabilità di una società di Tokyo nel quartiere di Shinjuku. E’ una ragazza seria e affidabile, dedica tutta sé stessa al proprio lavoro, fa spesso straordinari, ma è considerata dagli altri timida, insicura, remissiva ed eccessivamente desiderosa di compiacere gli altri.

Retsuko in ufficio veste la tipica uniforme femminile da impiegata in un paese che è il paradiso delle divise: gilet e gonna blu, camicia bianca e scarpe marroni. dice sempre di sì, si scusa anche quando non dovrebbe e sopporta con stoicismo zen colleghi, superiori, straordinari, umiliazioni e piccole violenze quotidiane. Retsuko è tipica nelle sue marche di genere, piccola, aggraziata, composta e con un linguaggio appropriato e rispettoso delle gerarchie.

Vessata in ufficio dal capo ma anche dai colleghi, con una vita monotona e un lavoro noioso, Retsuko ha un segreto che le permette di sopravvivere. Come una Dr Jeckill e Mr. Hide nipponica sfoga tutta la rabbia repressa e le frustrazioni in un cabina del karaoke. Retsuko che è appassionata di death metal usa la musica come veicolo espressivo delle sue vere emozioni, per fuggire così all’alienazione e allo stress della sua vita di schiava aziendale.

La panda rossa che sorride troppo

Retsuko è la classica Office Lady, o OL, una giovane impiegata diligente, carina, educata, possibilmente non troppo assertiva, possibilmente non troppo ambiziosa, possibilmente destinata prima o poi a lasciare il lavoro per sposarsi prima che di diventare una Christmas cake, come venivano chiamate con una certa crudeltà le donne non sposate oltre i 25 anni. Una torta di Natale che, passato il 25 dicembre, nessuno vuole più comprare.

Nel caso di Retsuko, la cosa è resa ancora più evidente dal fatto che in ufficio le tocca anche servire il tè. Retsuko è parte di Ochakumi, la squadra del tè. Serve il tè al capo e lo fa tutte le mattine. Una di quelle pratiche non scritte che sembrano piccole, ma che raccontano benissimo una divisione dei ruoli ancora molto radicata.

Quando ho lavorato per un periodo in un negozio giapponese a Roma, sono stata anch’io ochakumi. Preparavo e servivo il tè: un gesto piccolo, quasi invisibile, ma pieno di significati. Guardando Retsuko, quella scena non mi è sembrata affatto esotica. Mi è sembrata familiare.

Retsuko lavora, fa straordinari, patisce umiliazioni, viene trattata come un’incapace dal capo Ton, viene vessata dalle colleghe senpai. Ma Retsuko fa gaman, sopporta perché, almeno nel suo mondo la facciata è tutto.

Honne e tatemae, ovvero: quello che sei e quello che devi essere

Per capire Aggretsuko, e la cultura giapponese, bisogna passare da due parole giapponesi che ne regolano la vita, honne e tatemae. Honne è quello che senti davvero. Il desiderio, la rabbia, la frustrazione, la paura, la voglia di cambiare vita, il tuo vero io e i tuoi veri sentimenti, la tentazione di mandare tutti al diavolo e aprire un tako rice stand a Okinawa.

Tatemae è quello che mostri fuori. Il sorriso educato, il “va tutto bene”, il “non si preoccupi”, il “certo, faccio io.

Retsuko, la nostra panda, vive esattamente lì, nello spazio strettissimo tra honne e tatemae. In ufficio è composta, remissiva, accomodante. Nei momenti di solitudine, nella cabina del karaoke ogni sera diventa Aggretsuko: occhi spiritati, voce growl, rabbia pura, microfono in mano che usa come un’arma, parolacce. E infatti il karaoke non è solo karaoke. È santuario, rifugio, confessionale, camera di decompressione. È il luogo in cui può finalmente dire la verità, essere sè stessa, anche se la verità esce in death metal.

Perché si chiama Aggretsuko?

Il nome nasce dall’unione di aggressive e Retsuko. La protagonista, all’apparenza timida e accomodante, nasconde infatti una personalità esplosiva che emerge solo quando canta death metal. Già il suo nome racconta il conflitto tra quello che mostra al mondo e quello che prova davvero.

Perché sono tutti animali?

Nessun umano nella serie. Ogni personaggio è un animale e la specie non è casuale. Ton è un maiale, arrogante e ingombrante. Fenneko è una fennec, osservatrice e intuitiva. Washimi è un rapace elegante e autorevole. Gli animali funzionano come una scorciatoia narrativa: bastano pochi tratti per intuire il carattere di ciascuno dei personaggi che popolano la serie.

ll kawaii come linguaggio

In Aggretsuko il kawaii non serve solo a rendere i personaggi più simpatici. Serve ad abbassare le difese dello spettatore. Ci si rilassa davanti a un panda rosso dagli occhi grandi e dalla voce infantile, ma pochi minuti dopo ci si trova a riflettere su sessismo, precarietà e alienazione. È proprio questo contrasto a rendere la serie così efficace. È proprio qui che Aggretsuko smette di essere solo un anime e diventa una critica sociale.

Il kawaii, ma con la chitarra metal

Aggretsuko usa il linguaggio del kawaii per parlare di cose che kawaii non sono per niente. Qui attraverso il morbido si va sul duro, si parla di burnout, Sessismo, bullismo sul lavoro, gerarchie aziendali, solitudine, pressione sociale, desiderio di essere amate, riconosciute, libere. La fatica di diventare adulte senza perdersi.

Il kawaii viene prima usato e poi sabotato. Desemantizzato, direbbe la semiotica. E la serie rivela tutta la violenza del sistema.

Ton, il capo maiale

Il capo di Retsuko si chiama Ton. È un maiale. Maschilista, autoritario, pigro, ignorante, pieno di sè, convinto che certe cose siano “da donne”, tipo servire il tè, pulire, sopportare, lavorare e non lamentarsi. È anche contro la tecnologia e usa l’abaco, che già basterebbe come capo d’accusa.

Ton non è solo un personaggio comico. È l’incarnazione di un certo potere aziendale vecchio, patriarcale, autoassolutorio. Quello che ti umilia e poi ti spiega pure che lo fa per il tuo bene. Quello che trasforma la gerarchia in abuso e l’abuso in tradizione.

Accanto a lui ci sono altri personaggi meravigliosamente riconoscibili: la collega arrivista, la senpai dispotica, l’amica cinica che capisce tutto, le donne di potere che sembrano vivere in un altro piano dell’esistenza, più alto, più elegante, con scarpe migliori. Aggretsuko sembra una favola di animali, ma in realtà è un piccolo manuale di sociologia aziendale e non solo

La musica come lingua segreta

Il death metal di Retsuko non è un semplice tormentone. È il suo linguaggio privato. Di giorno Retsuko parla la lingua del tatemae: educazione, controllo, misura, cortesia. Quando le luci calano e si accendono i neon e si parla la lingua dell’honne.

La musica è una forma di sopravvivenza. Non risolve il problema, certo. Retsuko non abbatte il sistema a colpi di growl. Però trova uno spazio in cui non deve più fingere. E in un mondo in cui tutti le chiedono di essere accomodante, già questo è rivoluzionario.

Aggretsuko siamo noi?

Il motivo per cui Aggretsuko funziona così bene è che parla del Giappone, sì, ma non solo del Giappone. Certo, ci sono elementi molto specifici: la cultura aziendale giapponese, gli straordinari, il nomikai, le gerarchie, la pressione del gruppo, l’idea che l’armonia sociale venga prima dell’espressione individuale. Non è una scelta casuale. Il death metal è l’opposto del mondo ordinato dell’ufficio. Dove il lavoro richiede controllo, misura e autocensura, la musica diventa rumore, rabbia e liberazione, disordine. È il linguaggio dell’honne che rompe il silenzio imposto dal tatemae.

Però poi, sotto, c’è qualcosa di molto più universale. Quante volte ci trasformiamo in una versione accettabile di noi stesse per sopravvivere al lavoro, alla famiglia, alle aspettative, all’età, ai ruoli che ci vengono appiccicati addosso?

Quante volte sorridiamo mentre vorremmo cantare death metal in bagno? Ecco. Aggretsuko funziona perché prende questa frattura e la rende visibile. Da una parte la brava ragazza. Dall’altra la furia. Da una parte la divisa. Dall’altra il microfono. Da una parte il “va tutto bene”. Dall’altra “no, non va bene per niente”.

Un anime non per bambini

Aggretsuko non è una serie per bambini. Aggretsuko parla agli adulti. Soprattutto a chi ha lavorato in un ufficio, ha avuto un capo insopportabile, ha subito frasi sessiste, ha fatto straordinari non richiesti, ha sorriso per educazione mentre avrebbe voluto fuggire via lontano. È una serie buffa, sì. Ma anche amarissima.

Aggretsuko desemantizza il kawaii e lo risemantizza: dalla gattina Hello Kitty senza bocca all’urlo cavernoso di Retsuko il passo è grande e il messaggio è chiaro: il Giappone non è un paese per O.L.

Questo articolo nasce da un progetto realizzato per il corso Lingua, linguaggio e genere della prof.ssa Bianca Terracciano, durante il mio percorso magistrale alla Sapienza Università di Roma. Ho pensato che sarebbe stato un peccato lasciarlo in un cassetto: il bello della semiotica è proprio questo, insegnarci a guardare con occhi diversi anche un anime apparentemente leggero.

La serie è stata pubblicata da Netflix ed è arrivata alla quinta serie. Per saperne di più qui

L’inverno di Yuko – reloaded

Immagine generata con AI ispirata ai luoghi descritti.

Dall’altra parte il cliente parlava, ma Yuko non ascoltava, non ascoltava più ormai. Sotto il neon, gli occhi neri di corvo apparivano stanchi e chiusi da palpebre gonfie. Sembrava avessero assorbito tutto il nero del monitor.

Le mani saltellavano sulla tastiera, sicure, agili, veloci, andavano da sole. Ogni tasto sfiorato un carattere, un tasto un carattere, così all’infinito o finché ce ne fosse stato bisogno.
Yuko si sentiva sicura nel suo lavoro, ed era brava. Lavorava da un po’ nella ditta del signor Takeuchi, al quale era stata presentata dalla signora Yamamoto. E il signor Takeuchi, uomo d’affari scaltro e diretto, non si era pentito della sua scelta.

Lei amava quel posto: la scrivania, le cose che ogni giorno disponeva con cura prima di accendere il computer, prima di connettersi in rete con la cuffia sistemata in testa.
A casa tutti avevano cercato di dissuaderla dall’accettare quel lavoro, ma le loro parole l’avevano attraversata leggere come polline in aria. In fondo quell’ufficio era diventato il suo rifugio.
Sapeva di essere fragile come una foglia secca e che bastava un soffio a sbriciolarla, una scintilla a bruciarla.
Perciò era grata al signor Takeuchi. Le aveva trovato un posto comodo e una finestra da dove poter guardare il cielo.

E poi la ditta era a soli venti minuti dal condominio dove abitava con il papà e la sorella, alla periferia di Sendai. Un brutto palazzo grigio topo, di quelli venuti su negli anni della bolla, dal ridicolo nome di Beverly Mansion costruito in una strada senza alberi, nell’unica città giapponese che invece di alberi ne aveva tanti.
Ma Yuko non ci faceva caso, impegnata com’era a difendersi da tutto, anche dal bello. Lei camminava svelta tra casa e ufficio non si soffermava mai sulle cose o sulle persone che le si muovevano intorno. Il suo sguardo si posava sempre e solo sullo stesso paesaggio: la scrivania, il monitor nero pulsante e il ritaglio di cielo. La sua giornata era un rosario di formule di cortesia che al sig. Takeuchi piacevano tanto. Si riempiva la testa e le orecchie della sua voce e del ticchettio dei tasti. Un mantra che conosceva a memoria.

A Yuko andava bene così. La scatola che si era costruita le permetteva di muoversi con sufficiente disinvoltura. Ogni tanto guardava fuori. Ogni tanto per respirare faceva dei buchi , stando ben attenta a non romperla.
Si inventava quindi colori e suoni nuovi, che cambiava e mischiava a suo piacimento per tutto il tempo che voleva e poteva.
Colori che a forza di stendere e spalmare avevano ricoperto tutto, ogni pensiero o sussulto del cuore, che giaceva secco e screpolato da tanto colore.

Prima pubblicazione: 2010. Ripubblicato su Nevesottile nel 2026.

© Nevesottile

La bellezza è destinata a scomparire

Foto di Neve*

Di seguito il link al discorso di  Haruki Murakami sul terremoto del 2011 e il nucleare tenuto lo scorso giugno in occasione della manifestazione International Catalunya Prize.
Tradotto dal giapponese da Emanuel Pastreich  http://www.japanfocus.org/-Murakami-Haruki/3571 

Buona lettura

Qui, un estratto del discorso, da me tradotto.

“…C’è un’espressione in giapponese, mujo. Mujo significa che non c’è nulla che rimanga uguale a se stesso nella vita. Tutte le cose di questo mondo sono destinate a finire; tutto cambia continuamente. Non c’è nulla di permanente e stabile. Non troveremo mai nulla di cui fidarci che prima o poi non cambierà o morrà. Nonostante il termine mujo abbia origini buddiste, il concetto di mujo ha superato il significato stesso che ne ha dato la religione. Questo concetto è penetrato profondamente nello spirito giapponese, andando a sedimentarsi e a costituire l’essenza stessa del carattere  nazionale.

La prospettiva del mujo che tutto deve finire e passare può far pensare che i giapponesi abbiano una visione del mondo rassegnata. Da questa prospettiva qualunque sforzo umano contro le forze della natura possono sembrare vane. Ma anche in mezzo a questa rassegnazione i giapponesi sono capaci di trovare la bellezza.  Nel caso della natura, ad esempio, noi godiamo della vista dei ciliegi in fiore a primavera, delle lucciole in estate, delle foglie rosse in autunno. Lo facciamo in gruppo ed è per noi un’abitudine godere entusiasticamente di questi passaggi stagionali….

Perchè lo facciamo? Perchè i ciliegi, le foglie e le lucciole perdono la loro squisita bellezza in un momento. E noi giapponesi intraprendiamo lunghi viaggi per ammirare questi fenomeni al loro massimo splendore. Non è una questione di vedere cose belle, ma di riconoscere il momento esatto in cui sono al loro massimo per poi scomparire. Questa consapevolezza ci consola in un certo senso. Stranamente ci fa star meglio sapere che la bellezza è destinata a scomparire…..”

Bin-Bum-Bam!

Bin Laden morto. Gli Stati Uniti lo consideravano nemico numero uno. Hanno impiegato dieci anni per stanarlo, iniziato guerre, sacrificato uomini, mezzi, speso soldi per mezzo mondo. 
Alla fine, finalmente  lo trovano a 60 km dalla capitale del Pakistan, un paese alleato (!), lo uccidono, lo portano su una portaerei e velocemente lo gettano in mare dopo un funerale di rito musulmano?   Strana storia,  strani gli americani.
Se fosse stato un mio acerrimo nemico, io lo avrei imbalsamato, messo dentro una teca di cristallo e portato in giro per il mondo a spalla, come S. Gennaro.
Ma so’ strana io.

Non frequenta certi ambienti, vero?

Four people having a discussion around a wooden table outside at night under a gazebo with papers and coffee mugs
.

Cinque minuti fa fuori il cancello di casa, mentre mi appresto ad inserire la chiave per rientrare vedo avvicinarsi un distinto signore, leggermente barcollante che mi segue.
Apro il cancello, lo faccio entrare, mi accerto che questo non lo chiuda in mezzo e poi richiudo.
Mi ringrazia, lo saluto e lo supero, sono quasi al portone, ma lui:

– Scusi, lei è una nuova acquisizione del palazzo?
– Di questo o di quello? Rispondo d’istinto indicando con la mano i due edifici
– Spazientito replica_ ma è lo stesso condominio!
– In realtà è qualche anno che sono qui, dico
– Ah! E com’è che si chiama?
– Mi chiamo…

E subito aggiunge con tono sospettoso

– Ma allora come mai che non l’ho mai incontrata alle riunioni di condominio?
Pausa di riflessione, sono sinceramente stupita.
Ma lui spiazzandomi con il suo spirito e un largo sorriso ammicca
– Non frequenta certi ambienti, vero?

– Sorrido, anzi rido di cuore mentre ammetto vero, non frequento certi ambienti, mando sempre qualcun altro
– Fa bene, fa bene, sa, non si perde niente, io prima ci credevo, poi però

Sta per congedarsi, si avvia malfermo per il vialetto che lo conduce al palazzo che non è il mio, anche se siamo nello stesso condominio come ha tenuto a precisare

Ora sono io che tornando indietro gli chiedo….Scusi, e il suo nome?
– Avvocato….
– Allora buonanotte Avvocato….
– Buonanotte

———–°°°Io credo nei miracoli°°°————

Siamo a marzo, è primavera e io mi preparo alla rivoluzione. Sono felice perchè credo nei miracoli che la gente può fare.

E allora il mio pensiero va alle persone che hanno condiviso con me un po’ della loro vita.
Amici con i quali ho vissuto attimi e secoli di quotidiano e con i quali ho assaggiato, divorato, qualche volta vomitato pezzi di vita.
Grazie alla loro complicità ho arginato momenti di dolore e disperazione, ma anche raddoppiato la gioia, l’allegria, e di esaltazione.
Ci sono stati abbracci che mi hanno riparata quando nuvole di illusioni si sono trasformate in acquazzoni.
Ci sono stati occhi dove ho visto brillare fiducia e amore, e senza i quali non avrei mai attraversato fitte  incomprensioni.
Questa canzone è per loro che sono stati e sono i colori della mia vita.
Ma è anche per le migliaia di voci sconosciute ascoltate, preziose, perchè mi hanno regalato quotidiani sorrisi e qualche volta inaspettati voli sul mare. 
E poi questa canzone è per tutti gli altri, che forse da domani, saranno la rivoluzione.

Cristina Donà  – Miracoli –

La Coppetta mestruale

Facciamo un po’ di  pubblicità progresso,  è ora di far conoscere  uno strumento di emancipazione eccezionale, di diffondere il verbo della coppetta, di affrancare il genere femminile da ammennicoli medievali che con ali o senza, so’ scomodi, non sanno di lavanda. Esiste un’alternativa incredibile agli assorbenti interni ed esterni che li devi abbinare ai calzoni e alla gonna per renderli invisibili, che ti fanno camminare a gambe aperte, ti costringono a girare la testa ogni tre per due, e ti fanno uscire alla ricerca disperata di una farmacia aperta la domenica sera in agosto. Esiste e l’ho scoperta lo scorso anno su internet ( inventata negli anni trenta, pensate un po’…)

Si chiama coppetta mestruale, ed è un sistema alternativo agli assorbenti esterni ed interni. Un pezzetto di silicone colorato che fa miracoli.

Dopo una normale perplessità e un attento studio mi sono documentata poichè i vantaggi parevano moltissimi. Ho cominciato a leggere in giro per la rete e nei forum e tutto quello che leggevo aveva dei toni a dir poco entusiastici. E più leggevo e più mi entusiasmavo. Ci ho messo 1 minuto a collegarmi in rete e a comprarla.  Mi dicevo, che sarà mai, avrò buttato venti euro e pace…ma se anche una sola delle qualità di questo aggeggio corrisponde a verità, sarà valso la pena provare.

La coppetta è arrivata e quando mi ci sono trovata faccia a faccia, ho pensato che no mi ero sbagliata, ma questi che se l’erano inventata erano fuori di testa. No, no l’avrei usata come porta uovo sodo.
Sembrava enorme. Poi ho seguito libretto delle istruzioni. E’ piuttosto facile inserirla, un po’ meno toglierla. E qui devo confessare che sono stata presa dal panico, cazzo, questa benedetta coppetta s’era attaccata come una ventosa al mio corpo e nun me voleva mollà, come il mostro di Alien.  Ho sudato freddo.
Ma pure qui c’èra il trucco.  Poi non contenta ho voluto provarla di notte, che poteva tornar comodo, ma dopo due ore stavo con gli occhi spalancati,  perchè  temevo di morir soffocata. Ero convinta  che, non so come, sta benedetta coppetta viaggiasse e mi arrivasse su su fino in gola!  (che scema eh?).

Ma dopo il primo incontro scontro e una volta capito il meccanismo la coppetta mi ha cambiato la vita (in quei giorni ovvio)! Una rivoluzione, non esagero, è come non avere più niente, di una comodità imbarazzante. Mi dimentico di indossarla. Adesso ci dormo anche la notte e respiro benissimo :).
Questo pezzetto di silicone mi da una libertà che ti sogni con qualsiasi altra cosa. Eppoi ne compri una e dura dieci anni ( forse è per questo che in Italia, dove c’è un quasi monopolio,  non la conosce nessuno?), e poi è igienica perchè non trattata con nulla e non da problemi di allergie.

Io dopo averla scoperta  mi sembravo un’invasata, ho cominciato a fare un proselitismo che i testimoni di Geova so’ in confronto dei principianti. E la coppetta di qua e la coppetta di la, e provala che è pratica, igienica, economica, e pure ecologica, tiè.
 Ho cominciato con le persone che mi stavano intorno, le mie colleghe di ufficio.  Però che fatica convincere le persone a cambiare, a provare. Tutti a dirne male senza averla provata. Tutti a storcere il naso, tutti a parlare per pregiudizi. Ahò ma un po’ di curiosità no?
Allora mi è venuta in mente una vecchia pubblicità molto divertente. Questa.

Ecco con la coppetta è uguale, se non la provi non ci credi. 
Ma se la provi……..
Non la provi? Beh,  .peccato! Io che la uso da tempo ormai ho un solo rimpianto; non averla scoperta prima.
Se vi è venuta curiosità e volete approfondire qui qualche indirizzo

Fiumicino da mare

A due passi da casa, quando la scuola dell’obbligo  finiva iniziava l’obbligo di andare al mare. A Fiumicino.
Si partiva con il treno. Ad ogni stagione la sua cura: l’inverno la vitamina C delle spremute, l’estate lo iodio del mare.
Fiumicino era il mare di mamma, con le sue alzatacce, lo stabilimento Vittoria e le cabine verde bottiglia scrostate, l’agonia del ritorno, mia sorella e me rincoglionite e piene di sabbia a camminare e sudare per riprendere quel treno arroventato da un sole ancora allo zenith in quella stazione di Fiumicino paese che già allora pareva abbandonata.
Fiumicino con la mamma, Focene con papà, la domenica, con calma e con la macchina che per raggiungere la spiaggia doveva avventurarsi su strade bianche piene di buche. E noi tre a ridere su e giù per le montagne russe che papà ogni volta, immancabilmente ci regalava. Era quello il nostro mare, quelle buche prese di proposito mentre mamma poverina rischiava di vomitare.
Non c’è mai stata storia, Focene batteva Fiumicino, spiaggia libera batteva stabilimento, 127 batteva treno, papà batteva mamma sempre 3 a zero.
Ieri ero a Fiumicino.
Fiumicino e il fiume, Fiumicino disordinata, senza alberi, Fiumicino con le case popolari mangiate dal sale sul lungomare, Fiumicino e il faro, Fiumicino e i ristoranti di pesce, Fiumicino e l’aeroporto, Fiumicino e il mare. Un mare ingabbiato che non mi è mai piaciuto. Eppure quando sono alla ricerca di luce è qui che torno.
Ieri passeggiavo per via di Torre Clementina con un cartoccio di fritto misto in mano, ma questa volta non sono arrivata fino alla punta dove il Tevere si getta in mare.
Troppo freddo, poca gente in giro, qualche gabbiano in aria, qualcun altro in equilibrio su tronchi strappati da chissà dove.
Il solo rumore lo facevano le cime dei pescherecci arrugginiti e ormeggiati in doppia fila.

A tre giorni dall’esame

Foto e Collage di Neve*
A tre giorni dall’esame per il Noryoku Shiken 2 kkyu.
Il corso di preparazione dell’istituto di cultura di Roma è finito venerdì scorso. Otto lezioni per capire il pasticcio in cui mi sono infilata, da sola.
Basta il 60% di risposte esatte per passare l’esame. Semplice???
Dell’esame ho il terrore del famigerato DOKKAIBUN, una pagina intera scritta fitta fitta che ogni volta che la vedo mi prende lo sconforto, ossia la comprensione del testo e poi ça va sens dire i Kanji. Chiaramente le due cose sono strettamente legate. Chi ha i 1000 kanji in testa capisce il testo e risponde alle domande. Chi i mille ideogrammi in testa con relativi composti non ce li ha ne’ oggi ne’ domenica si affiderà al fattore culo e all’ OMAMORI blu per superare esami comprato apposta al Meiji Jingu di Tokyo.
Da una previsione cautamente ottimista ho il 50% dell’esame in tasca. Non temo la grammatica e l’ ascolto, anzi punto su questi. Devo lavorare sul dieci per cento che mi serve a svangare l’esame.
Sarà un esame giocato sul filo di lana, lo so. Un esame che se passerò come dicono loro, sarà GIRI GIRI.
Fatemi in bocca al lupo!

Foto e Collage di Neve*
Mi devo ricordare della matita HB.