L’Agriturismo Le Case appartiene decisamente a questa categoria. Qui si viene per stare lontani da tutto.
Immerso nel paesaggio dell’Appennino umbro-marchigiano, l’agriturismo si trova in una posizione appartata e silenziosa, a cavallo tra tre regioni, dove la torta al testo a volte si chiama crescia e altre volte piadina. Il paese più vicino, Pietralunga, dista circa venti minuti di auto: una distanza che per qualcuno potrebbe rappresentare un limite, ma che per noi è stata parte del fascino del soggiorno.
Il panorama è ampio e rilassante, la piscina — pur non essendo molto grande — si inserisce perfettamente nel paesaggio e contribuisce a creare quell’atmosfera di quiete che qui sembra essere la regola. Anche il servizio riflette lo spirito del luogo: familiare, informale e senza fretta.
Un consiglio pratico: per evitare lunghi tratti di strada sterrata conviene raggiungere l’agriturismo passando da Pietralunga.
Per vivere ancora meglio l’esperienza suggeriremmo qualche piccolo accorgimento: due sedie sdraio per ogni sistemazione, qualche accessorio in più in cucina (per esempio padelle più grandi) e, nel caso della casetta Granaio, un ombrellone davanti all’ingresso per godersi l’esterno anche nelle ore più calde.
Capita raramente di poter dormire dentro un sito archeologico. A Paestum è possibile.
La Dimora dei Greci si trova infatti direttamente all’interno delle antiche mura della città greca, in una posizione che, da sola, vale il soggiorno. Noi l’abbiamo scelta soprattutto per questo: volevamo visitare l’area archeologica con calma, senza l’ansia dell’orologio. E la scelta si è rivelata azzeccata.
Grazie al biglietto valido tre giorni è possibile entrare più volte nel parco e tornare ai templi in momenti diversi della giornata. Il consiglio? Andateci anche la sera. Vedere i templi illuminati e quasi senza visitatori è un’esperienza che difficilmente si dimentica.
L’alloggio è una casa antica a un piano, ristrutturata con gusto e arredata con mobili in legno che ben si accordano con il contesto storico del luogo. Il letto è comodo e la casa dispone di tutto il necessario per un soggiorno tranquillo. Abbiamo apprezzato molto anche la calorosa accoglienza dei proprietari e la colazione continentale gentilmente offerta.
Se dovessi indicare il principale punto di forza della struttura, non avrei dubbi: la posizione. Poter raggiungere i templi a piedi in pochi minuti e tornarci più volte nell’arco della giornata è un privilegio raro.
Qualche piccolo suggerimento ai proprietari: nel bagno il lavandino scaricava lentamente, una tapparella più oscurante sulla porta vetrata migliorerebbe il comfort e una luce esterna renderebbe ancora più piacevole l’ingresso serale. Ma sono dettagli.
Perché, in fondo, è proprio vero: Paestum non stanca mai.
Ottima struttura. Il White Hart si trova proprio a due passi dalla splendida cattedrale di Salisbury e dal centro cittadino. E’ un vecchio albergo inglese a due piani senza ascensore, molto accogliente e affiliato alla catena degli Accor. Nella hall d’inverno il camino rimane acceso. C’è un ristorante e un pub all’interno. Le camere sono ristrutturate e calde e hanno l’occorrente per il tèm ovviamente. La reception è gentile e disponibile e la cittadina di Salisbury è un’ottima base di partenza per la visita della regione del Wiltshire e del suo sito più famoso, Stonehenge. Piaciuto parecchio. Qui il sito ufficiale.
Ho sempre avuto una predilezione per le pietre, la preistoria, i dolmen, i menhirs e tutti i manufatti poco manufatti che risalgono al neolitico o giù di lì. Vado spesso alla ricerca di circoli, di allineamenti conficcati nel terreno, di menhirs crollati che raccontano poco o nulla ma lasciano spazio a tutto il resto. Meglio se sono immersi in paesaggi verde smeraldo. Di queste testimonianze mute sono andata in cerca qua e là, in Galizia, in Sardegna, in Bretagna, e anche in Gran Bretagna per vedere la regina dei siti megalitici, STONEHENGE.
Ricordo che il primo incontro con Stonehenge è stato molto deludente. Saà stata la giovane età, sarà che mi aspettavo dei giganti di pietra, sarà che era estate e che avrei voluto passeggiare tra i triliti e toccarli, sarà che c’era il mondo intero intorno al recinto, ma STONEHENGE la prima volta è stata per me una cocente delusione.
Ho pensato che tutte le foto che avevo visto, quelle dei solstizi, degli equinozi, non potevano essere vere ma scatti fatti da buche appositamente scavate nel terreno. Altrimenti tanta maestosità non si spiegava. Quando quindi ci sono tornata, tanti anni dopo, ero preparata: alle orde, a vederla a distanza, preparata ai triliti che ricordavo alti come nani.
E invece nella piana di Salisbury i primi di gennaio non c’era nessuno, il tempo era brumoso al punto giusto, io mi sono avvicinata al recinto più di quanto ricordassi e i triliti non erano certo montagne ma sicuramente grattacieli preistorici.
Sarà stata la predisposizione d’animo differente, ma questa volta Stonehenge mi è sembrata una vera cattedrale, un gigante di pietra grigia e muschio addormentato nella brughiera L’hotel dove abbiamo soggiornato è il White Hart hotel e ne parlo qui.
Bangkok ha una tale offerta di alberghi che nonostante la posizione felice del Novotel Ploenchit a due passi dalla fermata BTS, nel cuore commerciale della metropoli, in questa struttura non ci tornerei. Gli Accor hotel hanno uno standard globale, stessi bagni e stessi letti a Bangkok e Berlino.
No non è questo il punto. L’albergo non mi è piaciuto. E non è per la colazione che come al solito ha un prezzo esagerato con il quale a Bkk cenano due persone per una settimana, non è per il wifi che è a pagamento, quando ormai a Bkk il wifi lo trovi anche alle fermate dell’autobus, e non è per le postazioni internet, 3 di numero per un totale posti letto che supera i 300, nemmeno per il bagno inutilmente ampio e per niente funzionale, no, è per la reception assolutamente inutile:
Personale ridotto al minimo, che non usa il contatto visivo, sbrigativo e che va nel panico alla prima richiesta fuori standard. Un vero fastidio per il prezzo pagato. E poco importa della metro di fronte.
Ad appena un’ora da Roma, la tenuta di Corbara è immensa e bella con le sue colline coltivate a uva. La tenuta agricola coltiva, produce e vende vino, olio e miele soprattutto.
Il paesaggio è rilassante (se non si guarda dalla parte della diga di Corbara che a me mette ansia), e rappresenta una formidabile base di partenza per l’esplorazione dell’Umbria e dell’alto Lazio. Infatti le cittadine di Civitella del Lago, Orvieto, Todi, sono tutte a poca distanza.
Ho passato un fine settimana alla tenuta prendendo una camera con uno smartbox in scadenza e che secondo il sito smartbox era già scaduto. Ma questa è un’altra storia. Le camere sono ospitate in due edifici: al Caio, il podere centrale della tenuta di Corbara con ristorante e piscina e al podere Ponticello, il primo casale che si incontra entrando ancora prima della reception. Niente da dire sulla gentilezza del personale incontrato.
La stanza assegnata, situata al piano terra, mi è sembrata umida, buia e piuttosto angusta. L’arredamento semplice ed essenziale e in sintonia con il casale e il restauro conservativo (biancheria da camera in stile country). Il bagno ricavato è cieco, la disposizione dei sanitari un disastro. Se siedi sul water devi fare attenzione che non ci sia nessuno nella doccia.
Fuori il podere Ponticello c’è una piccola piscina fuori terra. Che va bene però solo se si è in due o in massimo quattro ospiti. Ben diversa è invece la piscina centrale, quella del podere Caio, abbastanza grande e dalla quale si ammira la rocca di Orvieto (vista particolarmente bella al tramonto).
Altra cosa decisamente no è la colazione al Caio. Cosa che obbliga chi soggiornano al podere Ponticello (praticamente quasi tutti) a farsi tutte le mattine 5 km di strada per raggiungere la sala colazione. Scomodo. Capisco che il Caio è il cuore della tenuta, ma non è proprio il massimo, in un contesto di relax come questo, costringere le persone a salire in macchina la mattina per fare colazione. Una piccola area colazione al Podere Ponticello, almeno nei mesi estivi, migliorerebbe notevolmente l’esperienza degli ospiti. Lo spazio c’è e se si sacrifica il servizio bar (utilizzando dei thermos con acqua calda, caffè, latte), si può ovviare egregiamente all’inconveniente dell’escursione motorizzata mattutina.
In sintesi, la Tenuta di Corbara ha molte luci, alcune ombre per un soggiorno che è stato tutto sommato discreto in un luogo dalle grandi potenzialità. Tra gli aspetti migliorabili segnalo infine il check-out alle 10:00, un po’ presto considerando le distanze interne alla tenuta.
Quando sei a Genova ti sembra di esserci già stato. Ammucchiata intorno al porto, con le case aggrappate le une alle altre per non cadere in acqua, Genova ha l’espressione sgualcita e un po’ segnata di una donna troppo vissuta. Gli antichi palazzi, stretti e altissimi come grattacieli medievali, si alzano lungo vicoli che profumano di basilico e curry madras. Genova assomiglia a tutte le città di mare che ho visitato: Napoli, Barcellona, Cadice, ma è più autenticamente cosmopolita e allegramente straniera. Un mosaico caotico di colori e lingue e un passato da Repubblica marinara. Mi sono persa per il centro storico, dove ho scoperto oltre il salotto buono di Via Garibaldi, Piazza Matteotti e Piazza De Ferrari, una città in salita, ricca di angoli di intatto medioevo. Ho bighellonato nel Porto Antico e avendo già visitato l’Acquario sono stata al bellissimo Museo Galata, il museo del mare, dove ho trascorso senza accorgermene un’intera mezza giornata. A quel punto ho dovuto rinunciare all’escursione a Portofino e ho ripiegato per un giro nel porto. Quando i morsi della fame si sono fatti sentire li ho placati da Maria, trattoria in vico Testodoro: primo, secondo, contorno, pane e bibita 9 euro. Un localino color pistacchio dal fascino intatto ma aperto solo a pranzo, tranne il giovedì e il venerdì quando rimane aperto fino a sera.
impressioni da un fine settimana ad Istanbul fuori stagione. Istanbul è una vera sorpresa. Città stratificata come il baklava, Istanbul lascia intravedere sotto gli strati greci, romani, bizantini e ottomani un’anima profondamente e orgogliosamente europea. Istanbul coi suoi quartieri, le colline, i minareti, i ponti, le sponde di due continenti osserva e asseconda la vita dei suoi abitanti. Questo è quello che mi è piaciuto di più :
la silhouette della Moschea Blu e la sua selva di minareti;
la struttura e l’imponenza imperiale di Aya Sophya;
la mistica atmosfera della Cisterna Basilica;
lo sfolgorio di ceramiche blu del palazzo del Topkapi;
la bontà dei dolci come il baklava e l’hokla, o dei salati borek, pida, meze e lahmacun;
il Bosforo con il suo pazzo traffico marittimo;
la via Istikal Caddesi e la marea umana che l’attraversa;
la gentilezza e disponibilità dei turchi;
il labirintico bazaar con magnifici tappeti e ceramiche iznik;
la varietà umana, l’eleganza delle donne anche quando si coprono, o forse proprio grazie a eleganti foulard;
i gatti ottomani, tanti;
la musica degli Alatav, ascoltati su Istiklal Caddesi;
le superstiti case di legno in stile ottomano;
le centinaia di canne da pesca che si intrecciano sul ponte di Galata la domenica pomeriggio;
la finestra della mia camera d’albergo che affacciava sulla Moschea Blu.
Ho trascorso un fine settimana a Bruxelles. Non l’avevo mai considerata una meta per i miei mordi e fuggi europei, ma l’alta pressione su mezza Europa mi ha convinta a concedermi due giorni e una notte nella capitale belga.
Paese complesso il Belgio, con un’anima divisa tra Fiandre e Vallonia. Questa curiosa miscela non si amalgama a Bruxelles-Brussel ma si sovrappone e convive in questa città simbolo della comunità europea. Due popoli, due lingue. Una latina, l’altra germanica si incontrano e si scontrano a Bru. Il risultato è curioso. Il bilinguismo regna ovunque, dai nomi delle strade agli annunci sui treni. Ho avuto l’impressione di girare in una città cosmopolita, ma dove l’identità è un fattore importante e dove si cerca di ammorbidire l’antica ruggine con uno sforzo burocratico imponente.
Sono arrivata con un volo Alitalia il sabato pomeriggio, il tempo di posare il borsone e mi sono tuffata nella vita notturna di Bru. Serata fantastica, temperatura da ottobre romano, un tantino più fresco, forse. Visto che una delle cose famose a Bru è la birra sono andata al famoso Delirium Café, un’istituzione cittadina per gli amanti della birra.Il locale mi sembra popolato da tanti turisti e da teenagers locali.
Dopo un’ottima trappista e una cherry beer (strana birra aromatizzata alla ciliegia, altra specialità locale) avevo fame e quindi sono partita alla ricerca di un posto, magari una brasserie di quelle fumose dove si potesse mangiare. Le vie che partono dalla Grande Place o Grot Markt pullulano di ogni genere di ristorante. La temperatura permetteva di mangiare all’aperto, cosa rara da queste parti ad ottobre, così passando su strade invase da tavoli straripanti ho visto persone che si affannavano su pile fumanti di moules et frites (cozze e patate fritte), grigliate di pesce e di crostacei e coloratissime Paellas. No, non credo che la paella sia un piatto locale, ma tant’è .
Deciso di assaggiare la specialità locale “moules et frites” .Con una porzione ci si mangia tranquillamente in due, le cozze sono cotte in guazzetto con tanta cipolla e pepe. Le patate fritte sono patate fritte, forse rispetto alle nostre più grosse e spesse. I belgi sono molto orgogliosi di queste patate. Mi chiedevo perchè allora nel mondo le patate fritte si chiamano “FRENCH FRIES” ? Domanda delicata da porre a un belga.
Comunque mi sono gustata le moules anche se poi l’indomani mattina sono stata sorpresa da spiacevoli effetti collaterali, e le farmacie aperte, un po’ come a Roma d’agosto, non si trovano molto facilmente. Nonostante l’inconveniente la domenica mattina, altra giornata splendida, ho visitato il museo del Fumetto, perchè il Belgio sì ha dato i natali a grandi fumettisti, uno per tutti HERGE, l’autore di Tintin, che non è francese, bensì belga. Il museo ospita una biblioteca, una caffetteria e un fornitissimo negozio.
Avrei speso un sacco di soldi e bevuto e mangiato waffles e cioccolata calda, ma visto le mie precarie condizioni mi sono dovuta accontentare di un tè con molto limone. Prima di tornare verso l’aeroporto, dove avrei ripreso il volo alle 18, mi sono concessa un ultimo giro in centro, ho dato un’altra sbirciatina alla magnifica Grande Place e mi sono rifornita in uno dei centinaia di negozi di cioccolata di qualche pralina ripiena (altra specialità belga). Finalmente ho scoperto da dove viene il cioccolato Godiva .
A Roma il sole, in Nord Africa nuvole e pioggia. Un’ora di volo e si atterra in Africa, un intercontinentale breve. La Tunisia, è a portata di mano, l’esotico dietro casa. Dall’aeroporto Tunis- Carthage appena 7 km e si arriva agli Champs Elisee della Ville Nouvelle. E’ venerdì sera e Avenue Habib Bourguiba ci regala uno struscio con i fiocchi.
Dormiamo qui, in questo viale che taglia in due la città e che conduce in pochi minuti alle mura che nascondono la medina e i souk. Hotel El Hana International, è un palazzone con la facciata bianca sforacchiata, interprete in chiave moderna dell’architettura tradizionale mediorientale. Interni in stile traghetto Civitavecchia-Olbia. La hall è piena di fumo e di gente. La nostra stanza è al sesto piano. Ci riteniamo soddisfatti per il prezzo pagato, 45 euro, colazione inclusa.
Cena nel cuore della medina, al ristorante Dar Ben Hadj, ambiente suggestivo, cibo ottimo: Brik, insalata mechouia, cous cous di pesce, tutto accompagnato da ottimo Moscato Kelibia, un vino secco che somiglia molto ai vini panteschi (che d’altra parte è a poche miglia marine). Concludiamo con un dolce tè alla menta con pinoli.
La mattina successiva, a zonzo per la medina proviamo a perderci tra odori, sapori e colori. Sarà che eravamo fuori stagione, ma abbiamo girovagato con molta calma senza essere particolarmente presi di mira per gli acquisti. Quando abbiamo avvertito i morsi della fame, ci siamo fermati a rue de la Kasbah e abbiamo pranzato con un panino tonno, cipolla e harissa, una salsa a base di peperoncino e spezie, onnipresente nella cucina tunisina, che può lasciare letteralmente a bocca aperta.
Non potevo tornare a casa senza un ricordo di questo breve soggiorno a Tunisi: ho comprato
una confezione di cous cous integrale, di quello vero, non quello pronto in 3 minuti, acquistato ai Magazines Generaux di Av Bourghiba e pagato la bellezza di 400 centesimi di dinaro, più o meno 20 centesimi ( quant’è che costa da Castroni?)
i Makroud, (nella foto) dolci di semola di grano duro, ripieni di datteri, fritti e ricoperti di semi di sesamo. Che ve lo dico a fa’…una vera bontà.