Asagao bloom

Asagao bloom by yoroshikulucky1
Asagao bloom, a photo by yoroshikulucky1 on Flickr.
Un fiore dimesso, di quelli che si trovano nei campi e sui cigli della strada, spontaneo e snobbato.
In Giappone ne coltivano diverse varietà, simboleggia l’estate e per la sua particolare fioritura la fugacità della vita.
Asagao, viso del mattino ASA NO KAO, è un fiore che sboccia nelle prime luci, che si affaccia, si schiude e chiude nello spazio di  un mattino. Il nome inglese MORNING GLORY, noi lo chiamiamo CONVOLVOLO.  Tutta un’altra cosa, eh.

First Cabin: una prima classe veramente economica

Vi piacerebbe dormire in Prima classe con soli cinquemila yen?
Ora si può, non certo su un volo intercontinentale bensì in un nuovo tipo di capsule hotel, albergo-loculo per uomini e donne che hanno perso l’ultimo treno della sera. Ma anche per viaggiatori solitari.
 

 Il Giappone dopo aver inventato il capsule hotel, ha inventato il primo capsule hotel di lusso, ispirato alla prima classe dei voli intercontinentali. Due tipi di camere, anzi di cabine: First Cabin, 4,2 metri quadrati è lo spazio sufficiente per non sentirsi tumulati, un letto, uno schermo lcd 32 pollici da guardare solo con auricolari, internet senza fili, yukata e spazzolino. Business Cabin, stesse facilities in appena 2,6 metri quadri. Camere divise in zona uomini e donne. 
Bagni e doccia in comune ma divisi per sesso.
Possibilità di utilizzo a ore.
Spa, lounge e zone relax disponibili con un extra.
Per il momento solo due indirizzi, Osaka e Kyoto.

qui l’homepage di First Cabin



Lucciole e Lanterne

Altri due ukiyo-e del periodo Edo che illustrano come andare per lucciole fosse un passatempo comune nelle serate estive giapponesi. Esistevano i venditori di lucciole, i festival che le celebravano e le gabbiette che le imprigionavano.

Chikanobu- 1897- Beauty with fireflies


Quanto di tutto questo sopravvive ancora oggi? Ben poco purtroppo. Per chi volesse rivivere la nostalgia della propria infanzia la Sunnoda propone la Denshi Hotaru, la lucciola elettrica. Vera gabbietta di bambu, tre lucciole adagiate su un letto di verdure e un’autonomia luminosa di 200 ore. Spegnete la luce, inizia lo spettacolo…made in Japan :)

qui

Anche qui tra gli oggetti del periodo Edo

Anto’ fa caldo

e in Giappone siccome ne fa di più, una nota casa di maglieria intima si è inventata il reggiseno che respira! Ecco il Suusuu Bra (parola onomatopeica che suggerisce l’assorbimento) il reggiseno che suusuu il sudore dal corpo e fa respirare la pelle.
Tv commercial nel più classico stile giapponese, musica facile di quella che una volta ascoltata si tatua sui neuroni, bonus la modella straniera che recita da premio oscar :(
“toppu no naka no mure mure ni suu suu bura”!
Efficace.

*En**joy**

Le zampe d’orso a Shinjuku

Le stradine intorno al tempio di Hanazono agli inizi di novembre sono stipate di bancarelle cariche di migliaia di zampe d’orso, care, colorate, forse un po’ barocche, ma il KUMADE, talismano magico, più carico è meglio è,  visto che con la fortuna è meglio non lesinare. La fiera che si svolge nei giorni del gallo ha radice nel periodo Edo quando in alcuni templi si svolgeva una festa particolare, quella del Tori no ichi e alla quale tante persone affidavano preghiere di prosperità e salute per l’anno che stava per arrivare.
Così, anche oggi, l’anima shinto di Tokyo si riversa ai templi per il Tori no ichi e paga volentieri il suo tributo agli dei, acquistanto il KUMADE per assicurarsi un nuovo anno prosperoso. 
Guardate i due minuti di video girato al tempio di Hanazono, a Shinjuku, per capire la festa e il rito del Kumade. Scusate la qualità, devo migliorare :)

Talmente bello il “sanbonjime” che vorrei svegliarmici ogni mattina!
YOOOHO:
TA-TA-TA /TA-TA-TA /TA-TA-TA TA !
TA-TA-TA/ TA-TA-TA/ TA-TA-TA TA!

                           TA-TA-TA/ TA-TA-TA/ TA-TA-TA TA !

Giappone Sconosciuto: i Nisei

Con la parola NISEI si intendono tutti i figli di genitori giapponesi nati nelle terre di emigrazione: Nord, Sud America e Australia. In questo post faccio riferimento solo ai Nisei nippo-brasiliani. Qui qualche cenno Wikipedia sull’emigrazione giapponese.

Prendo spunto da un reportage del Manifesto di qualche giorno fa di Pio d’Emilia. La crisi ha colpito anche il Giappone. Crolla il mito del paese dove il lavoro non manca mai, o quasi. Lo spettro della crisi si affaccia anche tra il legno dei templi e l’acciaio dei grattacieli.
E i primi a farne le spese sono i Nisei. I giapponesi di seconda generazione. I giapponesi brasiliani o brasiliani giapponesi che tra le fine del 1800 e metà del 1900 partirono per il paese carioca, attirati dalla prospettiva di terra da coltivare e un futuro migliore. Partirono in tanti e si stabilirono nelle coltivazioni di caffè, stupendo i brasiliani per il carattere, la forza e dignità che mostrarono in condizioni certamente non facili. In moltissimi rimasero vivendo una vita in bilico tra due culture , tra conservazione e contaminazione, tradizione e innovazione, lingua madre e portoghese. Il tempo ha fatto il resto.
Seppur in tempi più lunghi i giapponesi del Brasile, le seconde e le terze generazioni, hanno conservato il cognome ma, con gli anni si sono mischiati, amalgamati con le altre comunità. Il colore della pelle, i tratti del viso sono cambiati, e il Giappone dopo 100 anni è ormai un mito, un’idea lontana, un vago ricordo che solo la lingua dei genitori e dei nonni illumina ogni tanto.
Ma il Giappone diventa , negli anni ottanta, gli anni d’oro, quelli della bolla economica, la terra degli avi dove poter tornare. I discendenti dei contadini che un secolo prima andarono per mare, intraprendono il viaggio al contrario. Il viaggio dei padri torna ad essere quello dei figli. Un nuovo viaggio della speranza nella terra che li aveva visti partire.
Il Giappone grazie ad una legge particolare, offre una via preferenziale a chi ha origini nipponiche e accoglie migliaia di “Maria e Eduardo”, i cosidetti Nisei, i giappo-brasiliani, uomini e donne con nome giapponese ma un’ anima samba. Parlano poco e male la lingua d’origine, non capiscono, non si riconoscono e mal si adattano alle regole della società giapponese. Sono estranei in casa. Fuori giapponesi, dentro altro. Dilaniati dalla voglia di farcela e la disperazione per il gap culturale. Vivono spaccati, nuovamente come cento anni prima i loro genitori.
Ma tengono duro, reagiscono, alcuni esaltano il Brasile che portano dentro, altri lo soffocano. Vanno avanti come possono, e accettano lavori duri, mal pagati e poco specializzati. Ai nisei spettano i lavori delle tre K : Kitanai, kiken e kitsui. Occupazioni che i giapponesi non amano più, attività sporche, pericolose e pesanti.
In questi giorni di crisi sono in migliaia i Nisei che perdono il lavoro, e affrontano di nuovo il dilemma dei loro padri, restare o tornare?


Il mondo dei giapponesi brasiliani lo si incontra da vicino in un libro bellissimo, un noir della scrittrice Natsuo Kirino: le quattro casalinghe di Tokyo. La copertina dell’edizione italiana dell’originale OUT, nulla ha a che fare con il libro. Non vi fate fuorviare dall’immagine di geisha in copertina, questo è un libro duro sulla realtà poco edificante di quattro amiche nella Tokyo moderna. Una città grigia, scura, puzzolente popolata da donne stanche e disilluse dalla vita, ma non vinte. Condividono un lavoro triste e malpagato insieme a molti ultimi della società giapponese: i nippo-brasiliani. Quattro amiche schiacciate dalla violenza e dal peso delle convenzioni, ma che dalla violenza e dalla sopraffazione non riescono a uscire.
Un thriller che fa la fotografia ad uno spaccato di società che in pochi conoscono e che vi consiglio di leggere.

Qui l’homepage di Natsuo Kirino
Qui la casa Editrice Neri Pozza con una scheda della scrittrice e dei suoi libri tradotti in italiano.
Qui un articolo del New York Times con la testimonianza di un Nisei (in inglese)

Okukinu Onsen: una valle nascosta tra le montagne del Tochigi

Woman soaking in a steaming outdoor hot spring with snowy mountains and pine trees in the background.
Arrivare fino a qui non è stato facilissimo. Volevamo provare un’ onsen di quelle nascoste tra le montagne che si trovasse a non troppa distanza da Tokyo ma che non fosse popolarissima.
Eravamo già stati ad Hakone lo scorso anno, ed era stata la prima esperienza di onsen. Questa volta volevavamo qualcosa di più isolato, poco turistico e molto giapponese.

Sebbene la località scelta, la zona di Okukinu, nella prefettura di Tochigi si trovi ad appena 180 km da Tokyo, non è stato semplice arrivarci. In un giorno da Tokyo, è quasi impossibile considerata la scarsità di trasporti diretti qui.
Abbiamo così deciso di abbinare il soggiorno ad Okukinu con la visita di Nikko.

Siamo partiti da Tokyo, stazione di Asakusa e con la Tobu line e siamo arrivati a Nikko. Il giorno successivo eravamo diretti al ryokan Hachinoyu nella zona di Okukinu.

La nostra destinazione intermedia, dove ci sarebbero venuti a prendere era Meotobuchi onsen. Per arrivarci dopo aver preso il treno da Nikko fino a Kinugawa onsen (mezzora), siamo saltati su di un autobus che in circa un’ora e mezza di tornanti e scimmie giapponesi (che non ce l’ho fatta a fotografare) ci ha portato fino a questa minuscola stazione termale.

Meotobuchi ospita insieme alla stazione degli autobus un paio di ryokan, un negozio di souvenir e un ristorante. Pochi km da Tokyo ma profonda provincia. Alla stazione di Meotobuchi onsen ci aspettava la navetta del ryokan, che ci ha finalmente portato dopo un’altra mezz’ora in salita su una strada malmessa a destinazione. Sulla strada abbiamo incontrato un altro ryokan, il Kaniyu, piuttosto famoso per i rotemburo dall’acqua color latte.
Siamo arrivati dopo quasi quattro ore. Ne valeva la pena? Siiiiiii.
Il ryokan si trova a 1400 metri, è piuttosto grande ed ha la particolarità di avere oltre le stanze tradizionali giapponesi (senza bagno) anche dei log canadesi, costuiti con alberi importati direttamente dal Canada. (Pare)
Questi log, che non sono altro che casette indipendenti sono costruite come dei piccoli cottage di tronchi d’albero ma dentro sono arredate (quindi non sono arredate) alla giapponese.
Sono le uniche che hanno il bagno ( wc e lavandino ma senza acqua calda). Il posto è bello, forse un filo spartano. Bellissimo in autunno ma ancora più bello in inverno, se ci fosse però l’acqua calda…:).

Che si fa nei ryokan? Il bagno nell’acqua calda. A differenza della maggioranza dei ryokan, Hachinoyu ha i rotemburo all’aperto ( ben quattro) che non sono divisi per sesso.
In tre delle quattro vasche uomini e donne possono fare il bagno insieme (konyoku), rigorosamente senza costume né asciugamano.

Le vasche hanno temperature diverse e sono aperte giorno e notte cosìcchè potete fare il bagno alla luce delle stelle, magari guardando la luna e sorseggiando un sake.
Le vasche molto belle sono scavate nella roccia. Una addirittura, la più piccola è in posizione elevata accanto ad una una cascatella. Se siete fortunati come lo siamo stati noi, non la dividerete con nessuno.
Hachionoyu qui il sito e qui il blog del ryokan che adesso è sotto la neve.
Check- in ore 15, check-out ore 10. Lingua: solo giapponese.
Prezzo del pernotto con cena tradizionale e prima colazione (pure questa tradizionale, pesce secco per intenderci) 22000 yen la coppia.
(Prezzo riferito al soggiorno effettuato nel 2009.)
Non proprio regalato, ma bello.
Per saperne di più sulla zona e Hachinoyu cliccate qui , qui , qui e anche qui
Alla stazione di Kinugawa onsen Snack durante il viaggio per Meotobuchi Boschi del Tochigi ken La cascata del Drago Sole sulla strada per Meotobuchi Hachinoyu rotemburo Hachinoyu rotemburo donne Dalla log house Acero e acqua calda
Rotemburo
Il ryokan visto dalla vasca superiore
La vasca superiore
Hachinoyu Japan style
Due vasche e la cascatella
Panorama di sera dalla vasca superiore
A cena nella sala comune
Hachinoyu, ingresso

Tutte le foto sono di Neve*, cliccateci sopra per essere sentire l’autunno e i vapori caldi.

Hachionoyu a novembre

Una giapponese a Roma

Cosa pensano e cantano le giapponesi a ROMA? Un singolo uscito nel 1994, che ha viaggiato sottorraneo affiorando qua e la’. Cantato, anzi sospirato da una famosissima in patria e anche in Francia Kahimi Karie, un’esponente della Shibuya-kei, un sotto genere musicale anni 90 che mischia pop, jazz, bossa nova, lounge music e del quale anche i Pizzicato five sono stati il gruppo da noi più conosciuto. Ho messo anche il testo perchè senza questo è impossibile gustarsi la canzone e perchè nonostante sia cantata in italiano non perfetto le parole sono un vero spasso: un concentrato di luoghi comuni su Roma e i romani, lampi di storia, arte e cinema soprattutto degli anni 60, un mix seducente e accattivante, una chicca imperdibile con una musica techno-lounge anni sessanta, quasi settanta. C’è tutto l’immaginario sull’italia creato dalla dolce vita. Il pezzo inizia con la strombazzata del film “il sorpasso” di Dino Risi con Gassman e Tognazzi. E ditemi che non è stratosferico questo pezzo, tra l’altro anche censurato. Altre info su Kahimi Karie qui

Giapponese a Roma( testo di Momus)

Sono piccola come Lolita
(Una Giapponese a Roma)
Sono una ragazza sola
(Una Giapponese a Roma)

Con la mia Vespa
(Una Giapponese a Roma)
Voglio fare la ginnastica artistica
(Una Giapponese a Roma)
Modernista, Futurista
Il Duce è Fascista
Una Giapponese, bella ragazza
Solo con la mia Vespa

Via del Corso, Villa Borghese
Due cappucini per piacere
Modernista, Futurista
Una Giapponese a Roma

Ai giardini di Villa Borghese
(Una Giapponese a Roma)
Voglio mangiare i gelati
(Una Giapponese a Roma)

Modernista, futurista
Manifestazione qualunquista
Al Gianicolo Sotto
Gli alberi di limone
nel grotto

Vogio scopare,
fare l’amore
Con i ragazzi di Trastevere
Modernista,Futurista* (nella versione originale qui era “cazzo di Dio, Santa Madonna “
Una Giapponese a Roma
Marinetti mangia gli spaghetti
Giorgio de Chirico beve cappucini
I ragazzi di Trastevere
Con le Lambrette e i Lamborghini
Io sono la vostra prima ballerina
Io sono prima donna discoteca

Andiamo
Allegri
Al mare in Cinquecento
Guarda il panorama
Sulla Cristoforo Colombo

Madre mia, la mare
E’ come una bella pittura
Voglio trovare la dolce vita

Stupore Giappone: Buon vicinato

Dal Corriere.it un articolo di due giorni fa di Davide Casati. L’ ‘articolo che posto di seguito è stato tradotto da questo del New York Times , ma tutto comincia da questo articolo dell’Indipendent di settembre 2008

Dojinkai erano stati vicini di casa perfetti e accettati da tutti, come nella tradizione.
Giappone, clan della mafia rompe le regole di convivenza. La città si ribella
Causa colletiva per allontanare la “famiglia” dei Dojinkai dal palazzo a sei piani che occupano a
Kurume (città del Kyushu, vicino Fukuoka n.d.r)

Per ventidue lunghi anni, i Dojinkai sono stati vicini di casa perfetti. Hanno seguito alla lettera tutte le regole giapponesi del buon vicinato: niente schiamazzi notturni, niente mozziconi in strada, spazzatura differenziata nel modo corretto. Ma da quando i membri di questo clan – mille affiliati, uno dei più importanti della Yakuza, la mafia giapponese – sono stati coinvolti in una guerra fratricida (sette morti in due anni), il quartiere s’è riempito di mormorii. E ora quei mormorii sono diventati la prima causa fatta, in Giappone, per sfrattare un clan.

CAUSA COLLETTIVA – Una causa firmata da 603 persone (che vivono nel raggio di 500 metri dal quartier generale dei Dojinkai, a Kurume) e appoggiata da altre 5.508, che mette in discussione il ruolo – finora incontestato – della mafia giapponese. La vicenda, che vista da occhi italiani ha del surreale, si spiega solo quando si chiarisce che in Giappone la Yakuza è un’attività tra le altre. Insomma: la mafia è legale. Il governo la tollera perché i suoi 22 clan, che danno lavoro a 85mila persone, si occupano di attività considerate “un male necessario di ogni società”: prostituzione, scommesse, racket. Così facendo, le autorità hanno pieno accesso ai conti delle “famiglie”.

DROGA – La situazione è cambiata da quando la mafia ha iniziato a occuparsi anche di traffico di droga. Spingendo lo Stato su posizioni più dure, e i cittadini alla diffidenza. Fino a pochi anni fa, tutto era più tranquillo. I Dojinkai, ad esempio, trasferirono il loro quartier generale in un palazzo di sei piani in un’area commerciale di Kurume, nell’ovest del Giappone, nel 1986. E decisero di integrarsi perfettamente nel quartiere. Le regole imposte dal capoclan erano ferree: cortesia nei saluti ai vicini. Nessuna ostentazione: vietati i doppiopetti, il parcheggio in strada delle auto di lusso (permesso solo durante la riunione della famiglia, una volta al mese). E rispetto delle autorità rionali. Quando, il 10 ottobre 1998, il 56enne signor Akemi Shigematsu (una sorta di amministratore di zona) si lamentò per “1) mancati saluti 2) telefonate a voce alta in mezzo alla strada nel cuore della notte 3) disordinata disposizione della spazzatura”, l’allora capoclan Yoshihisa Matsuo accettò le lamentele. E rimbrottò i “confratelli”.

LA ROTTURA – Due anni fa, però, il clan si è spezzato. E la nuova fazione, i Seidokai, è arrivata al punto di fare vittime (tra cui un innocente, scambiato per il leader dei Dojinkai. Il vero leader ha visitato la vedova, sparso incenso, lasciato denaro in compensazione). E ha sparato in strada. Una volta. Alle undici di notte. Troppo. “Non possiamo vivere in pace”, ha detto al New York Times Kimiyo Morita, 62 anni. C’è chi li difende (“Devono pur guadagnarsi da vivere. E poi sono così gentili, salutano sempre”, dice una signora. Ma la causa ha già spinto i Dojinkai a spostarsi. Di qualche metro più in là, in attesa di un possible verdetto. «Il nostro quartier generale è il nostro castello», spiega al NYTimes il 54enne Nobuyuki Shinozuka, comandante in capo del clan. «Sappiamo che possiamo disturbare la società. Ad esempio perché noi non sogniamo la vendetta: la attuiamo». E la causa? «Tocca allo Stato decidere. Se pensa di non aver più bisogno di noi, può mettere al bando la Yakuza. Ma se non è così, troveremo un altro modo per sopravvivere».