Aggretsuko e il Giappone visto dalla cabina di un karaoke.

Può un panda rosso raccontare il Giappone meglio di un saggio di sociologia?

C’è una cosa che il Giappone sa fare benissimo: prendere qualcosa di kawaii, apparentemente innocuo, e usarlo per raccontare l’inferno.

A prima vista Aggretsuko è una serie animata con animaletti antropomorfi. Retsuko, la protagonista,
è una femmina di panda rosso, ha 25 anni, è single, segno zodiacale scorpione, gruppo sanguigno A, lavora da cinque anni nel reparto contabilità di una società di Tokyo nel quartiere di Shinjuku. E’ una ragazza seria e affidabile, dedica tutta sé stessa al proprio lavoro, fa spesso straordinari, ma è considerata dagli altri timida, insicura, remissiva ed eccessivamente desiderosa di compiacere gli altri.

Retsuko in ufficio veste la tipica uniforme femminile da impiegata in un paese che è il paradiso delle divise: gilet e gonna blu, camicia bianca e scarpe marroni. dice sempre di sì, si scusa anche quando non dovrebbe e sopporta con stoicismo zen colleghi, superiori, straordinari, umiliazioni e piccole violenze quotidiane. Retsuko è tipica nelle sue marche di genere, piccola, aggraziata, composta e con un linguaggio appropriato e rispettoso delle gerarchie.

Vessata in ufficio dal capo ma anche dai colleghi, con una vita monotona e un lavoro noioso, Retsuko ha un segreto che le permette di sopravvivere. Come una Dr Jeckill e Mr. Hide nipponica sfoga tutta la rabbia repressa e le frustrazioni in un cabina del karaoke. Retsuko che è appassionata di death metal usa la musica come veicolo espressivo delle sue vere emozioni, per fuggire così all’alienazione e allo stress della sua vita di schiava aziendale.

La panda rossa che sorride troppo

Retsuko è la classica Office Lady, o OL, una giovane impiegata diligente, carina, educata, possibilmente non troppo assertiva, possibilmente non troppo ambiziosa, possibilmente destinata prima o poi a lasciare il lavoro per sposarsi prima che di diventare una Christmas cake, come venivano chiamate con una certa crudeltà le donne non sposate oltre i 25 anni. Una torta di Natale che, passato il 25 dicembre, nessuno vuole più comprare.

Nel caso di Retsuko, la cosa è resa ancora più evidente dal fatto che in ufficio le tocca anche servire il tè. Retsuko è parte di Ochakumi, la squadra del tè. Serve il tè al capo e lo fa tutte le mattine. Una di quelle pratiche non scritte che sembrano piccole, ma che raccontano benissimo una divisione dei ruoli ancora molto radicata.

Quando ho lavorato per un periodo in un negozio giapponese a Roma, sono stata anch’io ochakumi. Preparavo e servivo il tè: un gesto piccolo, quasi invisibile, ma pieno di significati. Guardando Retsuko, quella scena non mi è sembrata affatto esotica. Mi è sembrata familiare.

Retsuko lavora, fa straordinari, patisce umiliazioni, viene trattata come un’incapace dal capo Ton, viene vessata dalle colleghe senpai. Ma Retsuko fa gaman, sopporta perché, almeno nel suo mondo la facciata è tutto.

Honne e tatemae, ovvero: quello che sei e quello che devi essere

Per capire Aggretsuko, e la cultura giapponese, bisogna passare da due parole giapponesi che ne regolano la vita, honne e tatemae. Honne è quello che senti davvero. Il desiderio, la rabbia, la frustrazione, la paura, la voglia di cambiare vita, il tuo vero io e i tuoi veri sentimenti, la tentazione di mandare tutti al diavolo e aprire un tako rice stand a Okinawa.

Tatemae è quello che mostri fuori. Il sorriso educato, il “va tutto bene”, il “non si preoccupi”, il “certo, faccio io.

Retsuko, la nostra panda, vive esattamente lì, nello spazio strettissimo tra honne e tatemae. In ufficio è composta, remissiva, accomodante. Nei momenti di solitudine, nella cabina del karaoke ogni sera diventa Aggretsuko: occhi spiritati, voce growl, rabbia pura, microfono in mano che usa come un’arma, parolacce. E infatti il karaoke non è solo karaoke. È santuario, rifugio, confessionale, camera di decompressione. È il luogo in cui può finalmente dire la verità, essere sè stessa, anche se la verità esce in death metal.

Perché si chiama Aggretsuko?

Il nome nasce dall’unione di aggressive e Retsuko. La protagonista, all’apparenza timida e accomodante, nasconde infatti una personalità esplosiva che emerge solo quando canta death metal. Già il suo nome racconta il conflitto tra quello che mostra al mondo e quello che prova davvero.

Perché sono tutti animali?

Nessun umano nella serie. Ogni personaggio è un animale e la specie non è casuale. Ton è un maiale, arrogante e ingombrante. Fenneko è una fennec, osservatrice e intuitiva. Washimi è un rapace elegante e autorevole. Gli animali funzionano come una scorciatoia narrativa: bastano pochi tratti per intuire il carattere di ciascuno dei personaggi che popolano la serie.

ll kawaii come linguaggio

In Aggretsuko il kawaii non serve solo a rendere i personaggi più simpatici. Serve ad abbassare le difese dello spettatore. Ci si rilassa davanti a un panda rosso dagli occhi grandi e dalla voce infantile, ma pochi minuti dopo ci si trova a riflettere su sessismo, precarietà e alienazione. È proprio questo contrasto a rendere la serie così efficace. È proprio qui che Aggretsuko smette di essere solo un anime e diventa una critica sociale.

Il kawaii, ma con la chitarra metal

Aggretsuko usa il linguaggio del kawaii per parlare di cose che kawaii non sono per niente. Qui attraverso il morbido si va sul duro, si parla di burnout, Sessismo, bullismo sul lavoro, gerarchie aziendali, solitudine, pressione sociale, desiderio di essere amate, riconosciute, libere. La fatica di diventare adulte senza perdersi.

Il kawaii viene prima usato e poi sabotato. Desemantizzato, direbbe la semiotica. E la serie rivela tutta la violenza del sistema.

Ton, il capo maiale

Il capo di Retsuko si chiama Ton. È un maiale. Maschilista, autoritario, pigro, ignorante, pieno di sè, convinto che certe cose siano “da donne”, tipo servire il tè, pulire, sopportare, lavorare e non lamentarsi. È anche contro la tecnologia e usa l’abaco, che già basterebbe come capo d’accusa.

Ton non è solo un personaggio comico. È l’incarnazione di un certo potere aziendale vecchio, patriarcale, autoassolutorio. Quello che ti umilia e poi ti spiega pure che lo fa per il tuo bene. Quello che trasforma la gerarchia in abuso e l’abuso in tradizione.

Accanto a lui ci sono altri personaggi meravigliosamente riconoscibili: la collega arrivista, la senpai dispotica, l’amica cinica che capisce tutto, le donne di potere che sembrano vivere in un altro piano dell’esistenza, più alto, più elegante, con scarpe migliori. Aggretsuko sembra una favola di animali, ma in realtà è un piccolo manuale di sociologia aziendale e non solo

La musica come lingua segreta

Il death metal di Retsuko non è un semplice tormentone. È il suo linguaggio privato. Di giorno Retsuko parla la lingua del tatemae: educazione, controllo, misura, cortesia. Quando le luci calano e si accendono i neon e si parla la lingua dell’honne.

La musica è una forma di sopravvivenza. Non risolve il problema, certo. Retsuko non abbatte il sistema a colpi di growl. Però trova uno spazio in cui non deve più fingere. E in un mondo in cui tutti le chiedono di essere accomodante, già questo è rivoluzionario.

Aggretsuko siamo noi?

Il motivo per cui Aggretsuko funziona così bene è che parla del Giappone, sì, ma non solo del Giappone. Certo, ci sono elementi molto specifici: la cultura aziendale giapponese, gli straordinari, il nomikai, le gerarchie, la pressione del gruppo, l’idea che l’armonia sociale venga prima dell’espressione individuale. Non è una scelta casuale. Il death metal è l’opposto del mondo ordinato dell’ufficio. Dove il lavoro richiede controllo, misura e autocensura, la musica diventa rumore, rabbia e liberazione, disordine. È il linguaggio dell’honne che rompe il silenzio imposto dal tatemae.

Però poi, sotto, c’è qualcosa di molto più universale. Quante volte ci trasformiamo in una versione accettabile di noi stesse per sopravvivere al lavoro, alla famiglia, alle aspettative, all’età, ai ruoli che ci vengono appiccicati addosso?

Quante volte sorridiamo mentre vorremmo cantare death metal in bagno? Ecco. Aggretsuko funziona perché prende questa frattura e la rende visibile. Da una parte la brava ragazza. Dall’altra la furia. Da una parte la divisa. Dall’altra il microfono. Da una parte il “va tutto bene”. Dall’altra “no, non va bene per niente”.

Un anime non per bambini

Aggretsuko non è una serie per bambini. Aggretsuko parla agli adulti. Soprattutto a chi ha lavorato in un ufficio, ha avuto un capo insopportabile, ha subito frasi sessiste, ha fatto straordinari non richiesti, ha sorriso per educazione mentre avrebbe voluto fuggire via lontano. È una serie buffa, sì. Ma anche amarissima.

Aggretsuko desemantizza il kawaii e lo risemantizza: dalla gattina Hello Kitty senza bocca all’urlo cavernoso di Retsuko il passo è grande e il messaggio è chiaro: il Giappone non è un paese per O.L.

Questo articolo nasce da un progetto realizzato per il corso Lingua, linguaggio e genere della prof.ssa Bianca Terracciano, durante il mio percorso magistrale alla Sapienza Università di Roma. Ho pensato che sarebbe stato un peccato lasciarlo in un cassetto: il bello della semiotica è proprio questo, insegnarci a guardare con occhi diversi anche un anime apparentemente leggero.

La serie è stata pubblicata da Netflix ed è arrivata alla quinta serie. Per saperne di più qui

Splendido isolamento: Agriturismo Le Case

Ci sono posti che si scelgono per la posizione.

L’Agriturismo Le Case appartiene decisamente a questa categoria. Qui si viene per stare lontani da tutto.

Immerso nel paesaggio dell’Appennino umbro-marchigiano, l’agriturismo si trova in una posizione appartata e silenziosa, a cavallo tra tre regioni, dove la torta al testo a volte si chiama crescia e altre volte piadina. Il paese più vicino, Pietralunga, dista circa venti minuti di auto: una distanza che per qualcuno potrebbe rappresentare un limite, ma che per noi è stata parte del fascino del soggiorno.

Il panorama è ampio e rilassante, la piscina — pur non essendo molto grande — si inserisce perfettamente nel paesaggio e contribuisce a creare quell’atmosfera di quiete che qui sembra essere la regola. Anche il servizio riflette lo spirito del luogo: familiare, informale e senza fretta.

Un consiglio pratico: per evitare lunghi tratti di strada sterrata conviene raggiungere l’agriturismo passando da Pietralunga.

Per vivere ancora meglio l’esperienza suggeriremmo qualche piccolo accorgimento: due sedie sdraio per ogni sistemazione, qualche accessorio in più in cucina (per esempio padelle più grandi) e, nel caso della casetta Granaio, un ombrellone davanti all’ingresso per godersi l’esterno anche nelle ore più calde.

Sono dettagli.

Perché il vero lusso, qui, è il silenzio.

Dormire dentro le mura di Paestum: la Dimora dei Greci

Young woman sketching an ancient Greek temple at a historical site
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Capita raramente di poter dormire dentro un sito archeologico. A Paestum è possibile.

La Dimora dei Greci si trova infatti direttamente all’interno delle antiche mura della città greca, in una posizione che, da sola, vale il soggiorno. Noi l’abbiamo scelta soprattutto per questo: volevamo visitare l’area archeologica con calma, senza l’ansia dell’orologio. E la scelta si è rivelata azzeccata.

Grazie al biglietto valido tre giorni è possibile entrare più volte nel parco e tornare ai templi in momenti diversi della giornata. Il consiglio? Andateci anche la sera. Vedere i templi illuminati e quasi senza visitatori è un’esperienza che difficilmente si dimentica.

L’alloggio è una casa antica a un piano, ristrutturata con gusto e arredata con mobili in legno che ben si accordano con il contesto storico del luogo. Il letto è comodo e la casa dispone di tutto il necessario per un soggiorno tranquillo. Abbiamo apprezzato molto anche la calorosa accoglienza dei proprietari e la colazione continentale gentilmente offerta.

Se dovessi indicare il principale punto di forza della struttura, non avrei dubbi: la posizione. Poter raggiungere i templi a piedi in pochi minuti e tornarci più volte nell’arco della giornata è un privilegio raro.

Qualche piccolo suggerimento ai proprietari: nel bagno il lavandino scaricava lentamente, una tapparella più oscurante sulla porta vetrata migliorerebbe il comfort e una luce esterna renderebbe ancora più piacevole l’ingresso serale. Ma sono dettagli.

Perché, in fondo, è proprio vero: Paestum non stanca mai.

L’inverno di Yuko – reloaded

Immagine generata con AI ispirata ai luoghi descritti.

Dall’altra parte il cliente parlava, ma Yuko non ascoltava, non ascoltava più ormai. Sotto il neon, gli occhi neri di corvo apparivano stanchi e chiusi da palpebre gonfie. Sembrava avessero assorbito tutto il nero del monitor.

Le mani saltellavano sulla tastiera, sicure, agili, veloci, andavano da sole. Ogni tasto sfiorato un carattere, un tasto un carattere, così all’infinito o finché ce ne fosse stato bisogno.
Yuko si sentiva sicura nel suo lavoro, ed era brava. Lavorava da un po’ nella ditta del signor Takeuchi, al quale era stata presentata dalla signora Yamamoto. E il signor Takeuchi, uomo d’affari scaltro e diretto, non si era pentito della sua scelta.

Lei amava quel posto: la scrivania, le cose che ogni giorno disponeva con cura prima di accendere il computer, prima di connettersi in rete con la cuffia sistemata in testa.
A casa tutti avevano cercato di dissuaderla dall’accettare quel lavoro, ma le loro parole l’avevano attraversata leggere come polline in aria. In fondo quell’ufficio era diventato il suo rifugio.
Sapeva di essere fragile come una foglia secca e che bastava un soffio a sbriciolarla, una scintilla a bruciarla.
Perciò era grata al signor Takeuchi. Le aveva trovato un posto comodo e una finestra da dove poter guardare il cielo.

E poi la ditta era a soli venti minuti dal condominio dove abitava con il papà e la sorella, alla periferia di Sendai. Un brutto palazzo grigio topo, di quelli venuti su negli anni della bolla, dal ridicolo nome di Beverly Mansion costruito in una strada senza alberi, nell’unica città giapponese che invece di alberi ne aveva tanti.
Ma Yuko non ci faceva caso, impegnata com’era a difendersi da tutto, anche dal bello. Lei camminava svelta tra casa e ufficio non si soffermava mai sulle cose o sulle persone che le si muovevano intorno. Il suo sguardo si posava sempre e solo sullo stesso paesaggio: la scrivania, il monitor nero pulsante e il ritaglio di cielo. La sua giornata era un rosario di formule di cortesia che al sig. Takeuchi piacevano tanto. Si riempiva la testa e le orecchie della sua voce e del ticchettio dei tasti. Un mantra che conosceva a memoria.

A Yuko andava bene così. La scatola che si era costruita le permetteva di muoversi con sufficiente disinvoltura. Ogni tanto guardava fuori. Ogni tanto per respirare faceva dei buchi , stando ben attenta a non romperla.
Si inventava quindi colori e suoni nuovi, che cambiava e mischiava a suo piacimento per tutto il tempo che voleva e poteva.
Colori che a forza di stendere e spalmare avevano ricoperto tutto, ogni pensiero o sussulto del cuore, che giaceva secco e screpolato da tanto colore.

Prima pubblicazione: 2010. Ripubblicato su Nevesottile nel 2026.

© Nevesottile

Guida al White Hart: Dove Soggiornare a Salisbury

Ottima struttura. Il White Hart si trova proprio a due passi dalla splendida cattedrale di Salisbury e dal centro cittadino.
E’ un vecchio albergo inglese a due piani senza ascensore, molto accogliente e affiliato alla catena degli Accor.
Nella hall d’inverno il camino rimane acceso. C’è un ristorante e un pub all’interno.
Le camere sono ristrutturate e calde e hanno l’occorrente per il tèm ovviamente.
La reception è gentile e disponibile e la cittadina di Salisbury è un’ottima base di partenza per la visita della regione del Wiltshire e del suo sito più famoso, Stonehenge.
Piaciuto parecchio. Qui il sito ufficiale.

foto dal sito Accor

Rivisitare Stonehenge: Da Delusione a Meraviglia

Ho sempre avuto una predilezione per le pietre, la preistoria, i dolmen, i menhirs e tutti i manufatti poco manufatti che risalgono al neolitico o giù di lì. Vado spesso alla ricerca di circoli, di allineamenti  conficcati nel terreno,  di menhirs crollati che raccontano poco o nulla ma lasciano spazio a tutto il resto. Meglio se sono immersi in paesaggi verde smeraldo. Di queste testimonianze mute sono andata in cerca qua e là, in Galizia, in Sardegna, in Bretagna, e anche in Gran Bretagna per vedere la regina dei siti megalitici, STONEHENGE.


Ricordo che il primo incontro con Stonehenge è stato molto deludente. Saà stata la giovane età, sarà che mi aspettavo dei giganti di pietra, sarà che era estate e che avrei voluto passeggiare tra i triliti e toccarli, sarà che c’era il mondo intero intorno al recinto, ma STONEHENGE la prima volta è stata per me una cocente delusione.

Ho pensato che tutte le foto che avevo visto, quelle dei solstizi, degli equinozi,  non potevano essere vere ma scatti fatti da buche appositamente scavate nel terreno. Altrimenti tanta maestosità non si spiegava.
Quando quindi ci sono tornata, tanti anni dopo, ero preparata: alle orde, a vederla a distanza,  preparata ai triliti che ricordavo alti come nani.

E invece nella piana di Salisbury i primi di gennaio non c’era nessuno,  il tempo era brumoso al punto giusto, io mi sono avvicinata al recinto più di quanto ricordassi e  i triliti non erano certo montagne ma sicuramente grattacieli preistorici.

Sarà stata la predisposizione d’animo differente, ma questa volta Stonehenge mi è sembrata una vera cattedrale, un gigante di pietra grigia e muschio addormentato nella brughiera
L’hotel dove abbiamo soggiornato è il White Hart hotel e ne parlo qui.

Novotel Ploenchit, Bangkok

Boats on Chao Phraya River near Wat Arun temple at sunset in Bangkok

Bangkok ha una tale offerta di alberghi che nonostante la posizione felice del Novotel Ploenchit a due passi dalla fermata BTS, nel cuore commerciale della metropoli,  in questa struttura non ci tornerei. 
Gli Accor hotel hanno uno standard globale, stessi bagni e stessi letti a Bangkok e Berlino.

No non è questo il punto. L’albergo non mi è piaciuto. E non è per la colazione che come al solito ha un prezzo esagerato con il quale a Bkk cenano due persone per una settimana, non è per il wifi che è a pagamento, quando ormai a Bkk il wifi lo trovi anche alle fermate dell’autobus, e non è per le postazioni internet, 3 di numero per un totale posti letto che supera i 300,  nemmeno per il bagno inutilmente ampio e per niente funzionale,  no, è per la reception assolutamente inutile:

Personale ridotto al minimo, che non usa il contatto visivo, sbrigativo e che va nel panico alla prima richiesta fuori standard. Un vero fastidio per il prezzo pagato. E poco importa della metro di fronte.

Il sito dell’ hotel che nel frattempo è diventato Sheraton

Agriturismo tenuta di Corbara

Ad appena un’ora da Roma, la tenuta di Corbara è immensa e bella con le sue colline coltivate a uva. La tenuta agricola coltiva, produce e vende vino, olio e miele soprattutto. 

Il paesaggio è rilassante (se non si guarda dalla parte della diga di Corbara che a me mette ansia), e rappresenta una formidabile base di partenza per l’esplorazione dell’Umbria e dell’alto Lazio. Infatti le cittadine di Civitella del Lago, Orvieto, Todi, sono tutte a poca distanza.

Ho passato un fine settimana alla tenuta prendendo una camera con uno smartbox in scadenza e che secondo il sito smartbox era già scaduto.  Ma questa è un’altra storia.
Le camere sono ospitate in due edifici: al Caio, il podere centrale della tenuta di Corbara con ristorante e piscina e al podere Ponticello, il primo casale che si incontra entrando  ancora prima della reception. 
Niente da dire sulla gentilezza del personale incontrato. 

La stanza assegnata, situata al piano terra, mi è sembrata umida, buia e piuttosto angusta. L’arredamento semplice ed essenziale e in sintonia con il casale e il restauro conservativo (biancheria da camera in stile country). Il bagno ricavato è cieco, la disposizione dei sanitari un disastro. Se siedi sul water devi fare attenzione che non ci sia nessuno nella doccia.

Fuori il podere Ponticello c’è una piccola piscina fuori terra. Che va bene però solo se si è in due o in massimo quattro ospiti.   Ben diversa è invece la piscina centrale, quella del podere Caio, abbastanza grande e dalla quale si ammira la rocca di Orvieto (vista particolarmente bella al tramonto).

Altra cosa decisamente no è la colazione al Caio. Cosa che obbliga chi soggiornano al podere Ponticello (praticamente quasi tutti) a farsi tutte le mattine 5 km  di strada per raggiungere la sala colazione. Scomodo. Capisco che il Caio è il cuore della tenuta, ma non è proprio il massimo, in un contesto di relax come questo, costringere le persone a salire in macchina la mattina per fare colazione. Una piccola area colazione al Podere Ponticello, almeno nei mesi estivi, migliorerebbe notevolmente l’esperienza degli ospiti. Lo spazio c’è e se si sacrifica il servizio bar (utilizzando dei thermos con acqua calda, caffè, latte), si può ovviare egregiamente all’inconveniente dell’escursione motorizzata mattutina.

In sintesi, la Tenuta di Corbara ha molte luci, alcune ombre per un soggiorno che è stato tutto sommato discreto in un luogo dalle grandi potenzialità.
Tra gli aspetti migliorabili segnalo infine il check-out alle 10:00, un po’ presto considerando le distanze interne alla tenuta.

Saluti da Genova

foto di Nevesottile

Quando sei a Genova ti sembra di esserci già stato. Ammucchiata intorno al porto, con le case aggrappate le une alle altre per non cadere in acqua, Genova ha l’espressione sgualcita e un po’ segnata di una donna troppo vissuta. Gli antichi palazzi, stretti e altissimi come grattacieli medievali, si alzano lungo vicoli che profumano di basilico e curry madras.
Genova assomiglia a tutte le città di mare che ho visitato: Napoli, Barcellona, Cadice, ma è più autenticamente cosmopolita e allegramente straniera. Un mosaico caotico di colori e lingue e un passato da Repubblica marinara.
Mi sono persa per il centro storico, dove ho scoperto oltre il salotto buono di Via Garibaldi, Piazza Matteotti e Piazza De Ferrari, una città in salita, ricca di angoli di intatto medioevo.
Ho bighellonato nel Porto Antico e avendo già visitato l’Acquario sono stata al bellissimo Museo Galata, il museo del mare, dove ho trascorso senza accorgermene un’intera mezza giornata. A quel punto ho dovuto rinunciare all’escursione a Portofino e ho ripiegato per un giro nel porto.
Quando i morsi della fame si sono fatti sentire li ho placati da Maria, trattoria in vico Testodoro: primo, secondo, contorno, pane e bibita 9 euro. Un localino color pistacchio dal fascino intatto ma aperto solo a pranzo, tranne il giovedì e il venerdì quando rimane aperto fino a sera.

Blu Instanbul

impressioni da un fine settimana ad Istanbul fuori stagione. Istanbul è una vera sorpresa.
Città stratificata come il baklava, Istanbul lascia intravedere sotto gli strati greci, romani, bizantini e ottomani un’anima profondamente e orgogliosamente europea. Istanbul coi suoi quartieri, le colline, i minareti, i ponti, le sponde di due continenti osserva e asseconda la vita dei suoi abitanti. 
Questo è quello che mi è piaciuto di più :

  • la silhouette della Moschea Blu e la sua selva di minareti;
  • la struttura e l’imponenza imperiale di Aya Sophya;
  • la mistica atmosfera della Cisterna Basilica;
  • lo sfolgorio di ceramiche blu del palazzo del Topkapi;
  • la bontà dei dolci come il baklava e l’hokla, o dei salati borek, pida, meze e lahmacun;
  • il Bosforo con il suo pazzo traffico marittimo;
  • la via Istikal Caddesi e la marea umana che l’attraversa;
  • la gentilezza e disponibilità dei turchi;
  • il labirintico bazaar con magnifici tappeti e ceramiche iznik;
  • la varietà umana, l’eleganza delle donne anche quando si coprono, o forse proprio grazie a eleganti foulard;
  • i gatti ottomani, tanti;
  • la musica degli Alatav, ascoltati su Istiklal Caddesi;
  • le superstiti case di legno in stile ottomano;
  • le centinaia di canne da pesca che si intrecciano sul ponte di Galata la domenica pomeriggio;
  • la finestra della mia camera d’albergo che affacciava sulla Moschea Blu.
foto di Nevesottile