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Koh Mak, l’isola
Koh Mak, latidudine 11°49′ emisfero Boreale, longitudine 102°29′ dal meridiano di Greenwich. Golfo di Tailandia, 35 km dalla terraferma.
Cliccate per ingrandire e annusare l’olio di cocco puro nel quale mi immergo per evitare, inutilmente i moscerini della sabbia.
Pantelleria, la luce
Un viaggio a Pantelleria. Un viaggio di fine estate nell’isola del vento, come la chiamavano gli arabi. Più grande di Lampedusa, Pantelleria, la Venere nera come qualcuna l’ha definita, non potrebbe essere più diversa da quest'ultima. Si erge scontrosa e bella tra la Sicilia e l’Africa settentrionale, proprio al centro del canale di Sicilia. L’isola è tanto vicina alle coste tunisine che nelle giornate particolarmente nitide e al tramonto si possono scorgere le luci di Capo Bon. Pantelleria è piena d’Africa: Africa nei nomi delle contrade: Khamma, Bugebber, Mueggen, Rekhale, Sibà, Africa nell’architettura dei dammusi, costruzioni uniche e particolari che richiamano alla mente luoghi e genti d’oriente.
Cupole bianche contrastano con muri rivestiti di lucida pietra nera vulcanica, l'ossidiana, e caratterizzano il paesaggio isolano, paesaggio che i panteschi, hanno nei secoli trasformato e dove i dammusi, gli appezzamenti di terreno con le coltivazioni di capperi e di uva zibibbo stanno li a raccontare un'intera economia.
Africa anche nei piatti, dove il cappero e il passito regnano sovrani, ma dove ha uno spazio tutto suo una variante isolana del cous cous, il cous cous di pesce. Pantelleria ha molto da offrire. Un mare scuro ma pulito, una costa rocciosa, difficile, a tratti impervia, dove l’accesso al mare non è mai semplice. Il mare qui non ha la trasparenza gaia dei fondali sabbiosi., il refrigerio si deve conquista a fatica. Che belle però Cala Cinque Denti, Cala Cottone, Punta Spadillo con il Laghetto delle Ondine, Cala Levante e Cala Tramontana, e Cala dell’Elefante, dove il tempo ha creato un maestoso arco di pietra che si getta in questo mare dai colori cupi e dai riflessi smeraldo.
L’interno isola e la natura di Pantelleria valgono da soli viaggio.
La Pantelleria più bella, non è quella del mare, ma quella della montagna, delle contrade disordinate che punteggiano come fiori di scisto la campagna chiusa dai muretti a secco. Pantelleria si gusta meglio all'interno, a Monastero, per esempio dove lo scintillio del mare è solo un riverbero e l'ombra della valle asseconda i pensieri. Mi verrebbe da dire che Pantelleria è come il suo prodotto più conosciuto, il passito, liquore caldo e mieloso. Pantelleria è come il suo distillato più famoso, è un'isola da meditazione. I colori della roccia contrastano con il verde cupo dei pini di Montagna grande, con il verde delle piante dei capperi e l’oro dei grappoli d’uva. Si può andare a zonzo per le contrade dove il tempo sembra essersi fermato, si può camminare su di uno dei tanti sentieri che attraversano l’isola alla ricerca di testimonianze antiche e dammusi moderni. Si può far visita ad un’azienda agricola e assaggiare il vino bianco che qui chiamano Catarrato, oppure puntare diritti verso la grotta del Bagnoasciutto, la grotta di Benikulà, dove si può fare una sauna gratuita e salutare in uno spacco di montagna. Si può fare molto oppure niente a Pantelleria, perchè il tempo qui ha un altro respiro. A Roma comincia a fare freddo solo ora. Mi riscaldo con qualche scatto di questa estate, lontanissima ormai.Entra nelle foto e lascia che ti arrivi il profumo di capperi e zibibbo. E godi degli scorci e di architetture di luce di un'isola straniamente bella, Pantelleria.
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| Scauri, scorcio – foto di Neve* |
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| Scauri geometria – foto di neve* |
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| Dammusi – foto di neve* |
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| Palestina? – foto di neve* |
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| Dammusi e Uva a Monastero – foto di neve* |
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| Valle di Monastero – foto di neve* |
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| Nella piana di Monastero – foto di neve* |
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| Khamma – foto di neve* |
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| Color Bianco dammuso – foto di neve* |
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| Città di Pantelleria, angoli uguali a sessanta anni fa – foto di neve* |
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| Faro di Punta Spadillo -foto di neve* |
Le spiagge dello sbarco
Falaise e Guglielmo il Conquistatore
La tapisserie
Cliccateci sopra e tornate nel Medioevo.
Fotografato di nascosto.
E un campo di lino disegnato?
Mai visto un campo di lino?
La Malposte, vecchio mulino normanno
Corso di Sushi a Roma?
Ad onor del vero devo dire che ogni tanto la scuola del Gambero Rosso organizza serate (in media due o tre volte l’anno) dove si insegna il sushi…ma come dicevo li organizzano con molta parsimonia e ogni volta è impossibile partecipare. Esauriscono i posti in un batter d’occhio. Quindi dopo aver fatto un giro nella rete ho deciso che Parigi poteva andar bene per ovviare la lacuna capitolina.
Senza entrare nel merito della qualità pe farvi capire la differenza tra noi e l’Europa pensate che nella sola Parigi ci sono circa 100 ristoranti giapponesi,veri, mentre a Roma ci fermiamo a SEI : Hamasei, Hasekura, Sushiko, Sushisen, Bishobu Kobo, Rokko. Ce ne sono altri? No.
Per il mio battesimo di pesce crudo ho scelto di andare alla scuola Wasabi. Qui si organizzano corsi di cucina giapponese. Non solo la famosa polpetta con il pesce crudo ma anche altri piatti della tradizione. Ci sono corsi amatoriali e non.
Si può scegliere di fare un solo corso, due o anche tutti e tre. A me interessavano gli ultimi due, anche se il primo non è male se si vuole imparare a cuocere il riso.
Chiaro è che questi corsi sono amatoriali. Sono introduttivi, piuttosto pratici. Si impara un po’ a manipolare il riso e un po’ a tagliare il pesce. Insomma ci si orienta e alla fine si mangia quello che si è preparato. Ognuno il suo.
Wasabi (che è anche una pubblicazione periodica sulla cucina e sul Giappone oltre che a un sito ) è diretta da Patrick Duval e si trova in una bella zona di Parigi. Diciannovesimo arrondissment nel quartiere di Menilmontant a due passi dal parco di Buttes Chaumont da dove si gode un bel panorama della città.
La scuola (in realtà un grande locale con annessa cucina) è ospitata in un villino come se ne trovano a Roma alla Garbatella o al Pigneto in una strada che una volta era campagna ma ormai è città. Per darvi un’idea zona nord est di Parigi.
I corsi si svolgono ogni domenica e sono diretti da cuochi giapponesi, il che mi pare una condizione indispensabile. L’insegnante del corso era il signor Sakiguchi, sushi chef del ristorante Hanawa aiutato dalla gentilissima signora Murata. La lingua usata è stata un chiarissimo franco giapponese.
fare le polpette senza ritrovarsi i chicchi di riso tra i capelli o nelle mutande è stata la cosa più difficile.
Io però mi sono divertita lo stesso.
Per chi volesse unire un fine settimana a Parigi con un tuffo in Giappone e per chi mastica un po’ di francese…











































