Buon Anno, con ritardo

Foto di oogoom *
“Nanakorobi yaoki, jinsei wa kore kara da”
Che tradotto non letteralmente sarebbe  “Resistere! Resistere! Resistere!”
Anche senza un Daruma da colorare, 
mi auguro che il  Nuovo Anno ci porti  fantasia, volontà e perseveranza. 
Buon Duemilaundici a tutti.

* Nella foto UNAZUKIN, prodotto Bandai, un po’ bambola kokeshi, un po’ daruma, un po’ matrioska  (ma sembra che le bambole russe siano state inventate da un monaco ispiratosi direttamente alle bambole giapponesi nella seconda metà dell’ottocento). 
 

Corsi di lingua all’Istituto Giapponese di Cultura di Roma

Per chi si fosse perso l’iscrizione di settembre e volesse lanciarsi seriamente con lo studio del giapponese
L’istituto Giapponese di Cultura di Roma in occasione del secondo semestre dei corsi di lingua RIAPRE le iscrizioni per tutti i corsi. L’ammissione è a numero chiuso e prevede un esame d’ingresso e/o un sorteggio. Dal 10 al 28 gennaio (negli orari di ufficio) è possibile fare domanda di ammissione per sostenere l’esame di idoneità linguistica che si svolgerà il 2 febbraio.
I corsi organizzati sono così suddivisi: 
Corso Quadriennale (quattro anni divisi in elementare I e II, intermedio I e II)
Corso Annuale Avanzato 
Corso Biennale Serale (Elementare)
Corso Nyumon Introduttivo (per principianti assoluti)
Mini corso ricreativo lingua e cultura giapponese
Maggiori info qui
 
Foto di Neve*

Quando il riso si fa dolce: il kheer

Devo ringraziare Opal, per avermi dato prima il nome e poi la ricetta di questo che lei chiama confort food.

Io che non amo il latte, ho divorato questo dolce tipico indiano, che io chiamerei volgarmente riso-latte o crema di riso, che in Inghilterra chiamano rice pudding, ma il cui nome originale è KHEER, dalla parola  sanscrita che significa latte e di cui nel subcontinente indiano esistono infinite varianti.

Della ricetta di Opal, ho scelto la versione base. Niente pistacchi, niente uva passa. Solo latte, riso basmati, bacche di cardamono (ben cinque) zucchero di canna, un pizzico di sale e una spolverata di cannella a velo sopra.

Felicissima di aver passato una domenica pomeriggio a rimestare latte e riso, mentre un odore soave per la casa si spandea.

La ricetta, come tante altre,  potete trovarla tre le pieghe di seta del suo bel blog.

Foto di Neve*

Il mondo di Tiziano

More about Un mondo che non esiste più

Un libro fotografico di Tiziano Terzani. Un mondo in bianco e nero perchè questo mondo non esiste più.
Un mondo di immagini, un collage di pensieri, paesi e storie che hanno attraversato la sua vita e che hanno portato il collaboratore dello Spiegel, tra gli anni sessanta e gli ottanta, come un novello Marco Polo, sulle polverose strade dell’Asia.
Dal Vietnam alle Filippine, passando per la martoriata Cambogia, l’universo Cina e l’incomprensibile Giappone. E di ogni capitolo di questo viaggio, quando le parole non bastano o non servono ci sono le foto a rimanere attaccate alla pelle.
Il paziente lavoro di selezione del figlio Folco ripercorre il sentiero professionale e umano del giornalista scomparso qualche anno fa.
Dopo anni di reportage, di bollettini di guerra, dopo una vita che dall’ Olivetti lo aveva portato al delta del Mekong, dopo anni di rivoluzioni , di modernizzazioni forzate, di adesioni al modello occidentale tristemente raccontate (e il Giappone è uno dei paesi meno amati dalla famiglia Terzani), Tiziano approda sull’Himalaya dove aveva forse trovato le risposte che cercava, perchè come amava dire l’unica rivoluzione possibile è quella dentro di noi.

Un Mondo che non esiste più
Di Tiziano Terzani, Folco Terzani (curatore)
Edizioni Longanesi
302 pagine, euro 22
Prima edizione settembre 2010

Ristoranti giapponesi a Roma: Rokko

Foto di Neve*

Dalla storica via Rasella , il ristorante che porta il nome del monte della città di Kobe, si è spostato sul lungotevere Ripetta, a due passi da Piazza del Popolo e via del Corso.
La sede nuova è molto grande e ben arredata. L’insegna fuori è piuttosto discreta.

Foto di Neve*
Siamo andati a pranzo e abbiamo scelto tra i  teishoku (set menu) , un menu di sushi e uno di  chirashi sushi a 15 euro. Una formula che usano ormai molti ristoranti giapponesi di Roma.
Rispetto ad  Hamasei, per esempio, qui il set è un po’ più piccolo, niente zuppa di miso o tsukemono (sottaceti), ma il sushi set che è preceduto da un’insalata e seguito da un frutto di stagione,  ha insieme agli onigiri  un bel temaki di tonno.
Foto di Neve*

 Da una veloce occhiata al menu, Rokko propone oltre il sushi, diversi piatti di cucina tradizionale.
 Il proprietario è disponibile e gentile, il servizio di sala invece ci è sembrato un po’ freddo.
Quello che ci è piaciuto molto, ma ci riserviamo di tornare per un pasto vero, è stato il giardino giapponese allestito nella sala principale, oltre una grande porta finestra. E’ nello stile classico del karesensui,
giardino secco zen, dove nulla è simmetria e tutto è simbolo.

Le pietre-montagne, il bambu-foresta, i ciottoli-mare, le aiuole-continenti sono disposti in un ordine senza ordine, come filosofia zen impone.
Un bel vedere davvero questo angolo di Giappone tradizionale in un cortile romano.

Foto di Neve*
Foto di Neve*
Foto di Neve*

Passeggiata di Ripetta, 15
00186-  Roma  06 3223414

Trimani, vinai in Roma

Trimani a Roma è un nome. Una storia iniziata quasi due secoli fa e che continua gloriosa ancora oggi.
L’enoteca più antica e fornita della capitale ha visto crescere, affermarsi e raffinarsi  il  gusto per il vino degli italiani.
Una volta che esistevano i vini e oli,  le osterie con la mescita sfusa, il vino era spesso un vino fatto con i piedi.  Era un affare di famiglia,  casareccio e non si andava troppo per il sottile.
Oggi il vino non si beve, si gusta nelle enoteche e nelle hostarie ( mi raccomando con la acca davanti se no non è chic)  che hanno sostituito i vecchi vini e oli coi banconi in marmo e l’aria intrisa di alcool.

Questo per dire che il vino piace pure a me e ogni tanto entro nelle enoteche a sbirciare tra gli scaffali e a comprare.

L’enoteca è un posto per il corpo e per la mente. Ci si diverte. La scelta del giusto vino ha bisogno di spazio e tempo, le bottiglie vanno guardate, lette, scrutate, girate, alzate, soppesate, posate e riprese. E non si può andare di fretta, la scelta va ponderata.

Troppo enoteche a Roma non offrono questo piacere. Sono così piccole e stipate di bottiglie su fino al soffitto, che ti tolgono il gusto dell’esplorazione.

Trimani, invece avrebbe una metratura di tutto rispetto. Avrebbe.
Sembra grande, ma poi quando ti infili tra i rossi piemotesi e bianchi trentini e incontri un altro disgraziato che come te è alla ricerca del vino bono con la giusta etichetta e non troppo caro (e qui tutto è relativo), succede l’ingorgo Non ci si gira.

Ed è un peccato mortale perchè i vini di Trimani sono signori vini, la maggiorparte con un prezzo tra 30 e i 60 euro, quindi sarebbe giusto che i Trimani, vinai in Roma dal 1821, dessero il giusto spazio ai vini e ai clienti che vanno li a comprarli.
C’e bisogno di SPAZIO, di LUCE, di rendere l’ambiente un po’ più confortevole,
e soprattutto c’è da S-A- L- U-T- A- R- E i clienti quando entrano.

Sì, salutare, perchè quando entri da Trimani nun te fila nessuno, e sì che è pieno di gente, nel senso che neanche con un “Bonasera” ti apostrofano.
Tu fai il giro e il contorsionista, scegli il tuo vino lo porti al bancone, che pensi sia la cassa, ma che invece è solo il bancone, te fanno un foglietto e lo paghi ad un’ altra cassa, torni a ritirare il tuo preziosissimo vino, e attenzione che se non lo hai specificato prima, nemmeno il pacchetto regalo te fanno.

E quando invece te lo fanno…signori che lusso.
Il pacchetto regalo del Trimani, consiste nella tua bella bottiglia pagata cara, IN-CARTATA in una velina bianca (so’ minimalisti e anzi ringrazia che non hanno usato il giornale) infilata in un M- O- S- C- I- A busta di plastica, BIANCA pure questa.
Ah però su questa c’è il logo. Ce fate un figurone col sacchetto Trimani. Avete speso 30 euro pe’ ‘na bottija de vino che sembra comprata in ferramenta.

E’ proprio il caso di dire che i Trimani ( ma non tutti, chi gestisce il Trimani Wine Bar a Via Cernaia ad esempio, offre invece un ottimo servizio), hanno preso alla lettera il detto, e loro sì che se ne intendono…

“Avere la botte piena e la moglie ubriaca”. Prosit.

Trimani,
Via Goito, 20 – 00185
Roma

Notte Sento

Può la stazione Termini diventare un posto romantico?
Secondo questo corto di Daniele Napolitano sì.
Una notte-tempo d’estate, tra i tabelloni della stazione addormentata e l’aria che sa di Mac, le insegne delle pensioni a una stella di via Giolitti illuminano un incontro.
Un po’ Vacanze Romane, e un po’ Caro Diario, NOTTE SENTO è montato con la tecnica stop motion, ben 4500 fotografie tagliate e assemblate. 
Scorrono bei fotogrammi di Roma, da piazza della Repubblica, ai marmi dell’Eur, mentre l’alba al Pincio conclude una notte strana e un incontro che non ti cambia la vita, o forse sì.
 Storia semplice, girata e montata con sensibilità. Bella.
Finalista per il Vimeo Festival 2010, sezione Narrativa.
Enjoy.

Buone Feste

Vorrei augurare Buone Feste con questo film che qualcuno considera un film minore del regista, ma che per me è tra i più bei film non solo di commedia all’italiana (che poi commedia non è) ma di tutto il cinema che conosco.

Parenti Serpenti, 1992. Abruzzo, feste di Natale, un paese della profonda e tradizionale provincia italiana. Quattro figli, una nuora, due generi, due nipoti, due nonni e una stufa. Un distillato di cinismo e cattiveria. Un affresco spietato, ma vero della famiglia italiana, con i sorrisi, i riti, i litigi, le dinamiche truci, le ipocrisie e volgarità. In un crescendo triste e amaro.

Cast memorabile con Marina Confalone, Paolo Panelli, Cinzia Leone, Alessandro Haber, Monica Schettini.

La regia è di Mario Monicelli. Un cinico dal cuore grande.

Sul muretto

Foto di Neve*
D’estate passavo pomeriggi  interi tra mucchi di terra-farina, sassi-uova e erba-insalata ad incartare con fogli di giornale.  E allestivo e vendevo e consigliavo con perizia la mia merce che stava in bella mostra sul muretto sotto casa.  Giocavo al mercato e tra i giochi era uno dei preferiti.
Oggi,  quando mi capita di fare il mercatino giapponese provo di nuovo la gioia e la frenesia del muretto. 
Torno a giocare bambina.  E mi diverto come allora, anzi di più. 
Signora che dice le do una bustina? Si, meglio, che si rompe.
Sopra il mio banchetto giapponese al Black Out,  domenica 12 di dicembre.