Pietre sospese: Stonehenge

Ho sempre avuto una predilezione per le pietre, il preistorico, i dolmen, i menhirs e tutti i manufatti poco manufatti che risalgono al neolitico o giù di lì.
Vado spesso alla ricerca di circoli, di allineamenti  conficcati nel terreno,  di menhirs spesso caduti che raccontano poco o nulla ma lasciano spazio a tutto il resto. Meglio se sono immersi in paesaggi verde smeraldo.
Di queste testimonianze mute sono andata in cerca qua e la, in Galizia, in Sardegna, in Bretagna, e anche in Gran Bretagna per vedere la regina dei siti megalitici, STONEHENGE.
Ricordo che il primo incontro con Stonehenge fu molto deludente.
Sarò stata io ad essere una pupa, sarà che mi aspettavo dei giganti di pietra, sarà che era estate, sarà che avrei voluto passeggiare tra i triliti e toccarli, sarà che c’era il mondo intero intorno al recinto, STONEHENGE la prima volta fu  una cocente delusione. Pensai che tutte le foto che avevo visto, quelle con i solstizi, gli equinozi, ecc,  non potevano essere che delle bufale o scatti fatti da buche appositamente scavate nel terreno.
Altrimenti tanta maestosità non si spiegava.

Ci sono tornata, tanti anni dopo, preparata alle orde, preparata a vederla a distanza,  preparata ai triliti che ricordavo alti come nani.

Foto di Neve*, cliccate per toccare il muschio
E invece…
Nella piana di Salisbury i primi di gennaio non c’era nessuno,  il tempo era perfettamente brumoso, io mi sono avvicinata al recinto più di quanto ricordassi,  i triliti non erano certo montagne ma sicuramente grattacieli preistorici. Sarà stata una predisposizione d’animo differente ma questa volta Stonehenge mi è sembrata una vera cattedrale, un gigante di pietra grigia e muschio.

Questo è dove abbiamo soggiornato :  il White Hart hotel di Salisbury e qui la mia recensione su TA

British Commercial, WOW

Continuo con  gli  U A O  e mi chiedo
Ma perchè i pubblicitari italiani non vanno a studiare a Londra?
Magari archivierebbero il linguaggio stantio che usano per non osare mai, non stupire, non divertire, non inventare. Magari metterebbero nel cassetto tutta quella bella gente, belle vite, belle case, bei bambini, bei cani, belle tette su trampoli per piazzare solo una latta di biscotti.
E invece in Italia continuano con la coppie come
Titti e Tutti, Pisio e Risio, De Fica e Tisia, Fonolis e Parenti da decenni in tivvù.
Mai che c’avessero un’idea.
Pubblicitari fateve un giro, magari all’estero, anzi no, prima guardate cosa trasmettono nel Regno Unito in questi giorni. Uno spot meglio dell’altro.
Il primo pubblicizza frullati di frutta, il secondo una compagnia aerea.
Dico frullati di frutta, e guardate che hanno tirato fuori. La mantellina rossa!
Sarebbe stato facile mettere dei ragazzini nel primo e delle poltrone reclinate sul secondo.
E invece no. Ci hanno messo molto di più, l’ironia per esempio.

  Enjoy.

  FRUITS AH AH AH SAVER OF THE UNIVERSE (Musica dei Queen)
Here to save the Peckish (qui per salvarci dal languore) Girato a Londra.

E questo della compagnia? Il volo aereo diventa spettacolo,  film, anzi un musical frizzante, avvolgente, scintillante da godersi tra nuvole e bollicine effervescenti.  E anche se pure qui gonne e tacchi a spillo non mancano, non c’è la pura esibizione, e chi vola si gode lo spettacolo, proprio un bello spettacolo, dai piloti  al balletto delle hostess, e il perchè lo dice la canzone  It’s a new day, it’s a new life and I’m feeling good. Una pubblicità che fa centro. Enjoy.


Agenzia – Rainey Kelly Campbell Roalfe Y&R

E provate a dire che non sono COOOOOOL questi spot.
Stessa compagnia, spot per i suoi 25 anni. Nella Londra tatcheriana anni ottanta,  al suono di Relax dei Frank Goes to Hollywood, il personale Virgin irrompe e sconvolge il tran tran dell’aeroporto. Sotto lo sguardo allibito, divertito e decisamente estasiato di famiglie, punk e yuppies qualcuno dichiara che dovrebbe cambiar lavoro, mentre qualcun altro, molto più prosaicamente risponde che lui si accontenterebbe di cambiare biglietto. Supercentro. Ari- enjoy.

U A O

Non posso farci niente Londra e Kate Bush, per ragioni diverse mi fanno lo stesso effetto. Ed è WOW.
 Perciò uao per uao eccovi Wow,  dal genio di Kate Bush. Se invece desiderate riascoltare Wuthering Heights, singolo di esordio sempre del 1978, cliccate qui 
Enjoy.

WoW WoW WoW WoW WoW WoW WoW WoW WoW WoW

Buon Anno, con ritardo

Foto di oogoom *
“Nanakorobi yaoki, jinsei wa kore kara da”
Che tradotto non letteralmente sarebbe  “Resistere! Resistere! Resistere!”
Anche senza un Daruma da colorare, 
mi auguro che il  Nuovo Anno ci porti  fantasia, volontà e perseveranza. 
Buon Duemilaundici a tutti.

* Nella foto UNAZUKIN, prodotto Bandai, un po’ bambola kokeshi, un po’ daruma, un po’ matrioska  (ma sembra che le bambole russe siano state inventate da un monaco ispiratosi direttamente alle bambole giapponesi nella seconda metà dell’ottocento). 
 

Corsi di lingua all’Istituto Giapponese di Cultura di Roma

Per chi si fosse perso l’iscrizione di settembre e volesse lanciarsi seriamente con lo studio del giapponese
L’istituto Giapponese di Cultura di Roma in occasione del secondo semestre dei corsi di lingua RIAPRE le iscrizioni per tutti i corsi. L’ammissione è a numero chiuso e prevede un esame d’ingresso e/o un sorteggio. Dal 10 al 28 gennaio (negli orari di ufficio) è possibile fare domanda di ammissione per sostenere l’esame di idoneità linguistica che si svolgerà il 2 febbraio.
I corsi organizzati sono così suddivisi: 
Corso Quadriennale (quattro anni divisi in elementare I e II, intermedio I e II)
Corso Annuale Avanzato 
Corso Biennale Serale (Elementare)
Corso Nyumon Introduttivo (per principianti assoluti)
Mini corso ricreativo lingua e cultura giapponese
Maggiori info qui
 
Foto di Neve*

Quando il riso si fa dolce: il kheer

Devo ringraziare Opal, per avermi dato prima il nome e poi la ricetta di questo che lei chiama confort food.

Io che non amo il latte, ho divorato questo dolce tipico indiano, che io chiamerei volgarmente riso-latte o crema di riso, che in Inghilterra chiamano rice pudding, ma il cui nome originale è KHEER, dalla parola  sanscrita che significa latte e di cui nel subcontinente indiano esistono infinite varianti.

Della ricetta di Opal, ho scelto la versione base. Niente pistacchi, niente uva passa. Solo latte, riso basmati, bacche di cardamono (ben cinque) zucchero di canna, un pizzico di sale e una spolverata di cannella a velo sopra.

Felicissima di aver passato una domenica pomeriggio a rimestare latte e riso, mentre un odore soave per la casa si spandea.

La ricetta, come tante altre,  potete trovarla tre le pieghe di seta del suo bel blog.

Foto di Neve*

Il mondo di Tiziano

More about Un mondo che non esiste più

Un libro fotografico di Tiziano Terzani. Un mondo in bianco e nero perchè questo mondo non esiste più.
Un mondo di immagini, un collage di pensieri, paesi e storie che hanno attraversato la sua vita e che hanno portato il collaboratore dello Spiegel, tra gli anni sessanta e gli ottanta, come un novello Marco Polo, sulle polverose strade dell’Asia.
Dal Vietnam alle Filippine, passando per la martoriata Cambogia, l’universo Cina e l’incomprensibile Giappone. E di ogni capitolo di questo viaggio, quando le parole non bastano o non servono ci sono le foto a rimanere attaccate alla pelle.
Il paziente lavoro di selezione del figlio Folco ripercorre il sentiero professionale e umano del giornalista scomparso qualche anno fa.
Dopo anni di reportage, di bollettini di guerra, dopo una vita che dall’ Olivetti lo aveva portato al delta del Mekong, dopo anni di rivoluzioni , di modernizzazioni forzate, di adesioni al modello occidentale tristemente raccontate (e il Giappone è uno dei paesi meno amati dalla famiglia Terzani), Tiziano approda sull’Himalaya dove aveva forse trovato le risposte che cercava, perchè come amava dire l’unica rivoluzione possibile è quella dentro di noi.

Un Mondo che non esiste più
Di Tiziano Terzani, Folco Terzani (curatore)
Edizioni Longanesi
302 pagine, euro 22
Prima edizione settembre 2010

Ristoranti giapponesi a Roma: Rokko

Foto di Neve*

Dalla storica via Rasella , il ristorante che porta il nome del monte della città di Kobe, si è spostato sul lungotevere Ripetta, a due passi da Piazza del Popolo e via del Corso.
La sede nuova è molto grande e ben arredata. L’insegna fuori è piuttosto discreta.

Foto di Neve*
Siamo andati a pranzo e abbiamo scelto tra i  teishoku (set menu) , un menu di sushi e uno di  chirashi sushi a 15 euro. Una formula che usano ormai molti ristoranti giapponesi di Roma.
Rispetto ad  Hamasei, per esempio, qui il set è un po’ più piccolo, niente zuppa di miso o tsukemono (sottaceti), ma il sushi set che è preceduto da un’insalata e seguito da un frutto di stagione,  ha insieme agli onigiri  un bel temaki di tonno.
Foto di Neve*

 Da una veloce occhiata al menu, Rokko propone oltre il sushi, diversi piatti di cucina tradizionale.
 Il proprietario è disponibile e gentile, il servizio di sala invece ci è sembrato un po’ freddo.
Quello che ci è piaciuto molto, ma ci riserviamo di tornare per un pasto vero, è stato il giardino giapponese allestito nella sala principale, oltre una grande porta finestra. E’ nello stile classico del karesensui,
giardino secco zen, dove nulla è simmetria e tutto è simbolo.

Le pietre-montagne, il bambu-foresta, i ciottoli-mare, le aiuole-continenti sono disposti in un ordine senza ordine, come filosofia zen impone.
Un bel vedere davvero questo angolo di Giappone tradizionale in un cortile romano.

Foto di Neve*
Foto di Neve*
Foto di Neve*

Passeggiata di Ripetta, 15
00186-  Roma  06 3223414

Trimani, vinai in Roma

Trimani a Roma è un nome. Una storia iniziata quasi due secoli fa e che continua gloriosa ancora oggi.
L’enoteca più antica e fornita della capitale ha visto crescere, affermarsi e raffinarsi  il  gusto per il vino degli italiani.
Una volta che esistevano i vini e oli,  le osterie con la mescita sfusa, il vino era spesso un vino fatto con i piedi.  Era un affare di famiglia,  casareccio e non si andava troppo per il sottile.
Oggi il vino non si beve, si gusta nelle enoteche e nelle hostarie ( mi raccomando con la acca davanti se no non è chic)  che hanno sostituito i vecchi vini e oli coi banconi in marmo e l’aria intrisa di alcool.

Questo per dire che il vino piace pure a me e ogni tanto entro nelle enoteche a sbirciare tra gli scaffali e a comprare.

L’enoteca è un posto per il corpo e per la mente. Ci si diverte. La scelta del giusto vino ha bisogno di spazio e tempo, le bottiglie vanno guardate, lette, scrutate, girate, alzate, soppesate, posate e riprese. E non si può andare di fretta, la scelta va ponderata.

Troppo enoteche a Roma non offrono questo piacere. Sono così piccole e stipate di bottiglie su fino al soffitto, che ti tolgono il gusto dell’esplorazione.

Trimani, invece avrebbe una metratura di tutto rispetto. Avrebbe.
Sembra grande, ma poi quando ti infili tra i rossi piemotesi e bianchi trentini e incontri un altro disgraziato che come te è alla ricerca del vino bono con la giusta etichetta e non troppo caro (e qui tutto è relativo), succede l’ingorgo Non ci si gira.

Ed è un peccato mortale perchè i vini di Trimani sono signori vini, la maggiorparte con un prezzo tra 30 e i 60 euro, quindi sarebbe giusto che i Trimani, vinai in Roma dal 1821, dessero il giusto spazio ai vini e ai clienti che vanno li a comprarli.
C’e bisogno di SPAZIO, di LUCE, di rendere l’ambiente un po’ più confortevole,
e soprattutto c’è da S-A- L- U-T- A- R- E i clienti quando entrano.

Sì, salutare, perchè quando entri da Trimani nun te fila nessuno, e sì che è pieno di gente, nel senso che neanche con un “Bonasera” ti apostrofano.
Tu fai il giro e il contorsionista, scegli il tuo vino lo porti al bancone, che pensi sia la cassa, ma che invece è solo il bancone, te fanno un foglietto e lo paghi ad un’ altra cassa, torni a ritirare il tuo preziosissimo vino, e attenzione che se non lo hai specificato prima, nemmeno il pacchetto regalo te fanno.

E quando invece te lo fanno…signori che lusso.
Il pacchetto regalo del Trimani, consiste nella tua bella bottiglia pagata cara, IN-CARTATA in una velina bianca (so’ minimalisti e anzi ringrazia che non hanno usato il giornale) infilata in un M- O- S- C- I- A busta di plastica, BIANCA pure questa.
Ah però su questa c’è il logo. Ce fate un figurone col sacchetto Trimani. Avete speso 30 euro pe’ ‘na bottija de vino che sembra comprata in ferramenta.

E’ proprio il caso di dire che i Trimani ( ma non tutti, chi gestisce il Trimani Wine Bar a Via Cernaia ad esempio, offre invece un ottimo servizio), hanno preso alla lettera il detto, e loro sì che se ne intendono…

“Avere la botte piena e la moglie ubriaca”. Prosit.

Trimani,
Via Goito, 20 – 00185
Roma