Le Gru in camera da letto

Hokkaido, profondo nord. Nel cielo del parco Nazionale di Akan volteggiano le gru rosso coronate, grandi ed eleganti uccelli acquatici, dal corpo bianco e le lunghe ali nere. Si posano e beccano il cibo che nel villaggio di Tsurui predispongono per loro da molti anni ormai. C’è ancora la neve da queste parti, la primavera è lontana in questo pezzetto di Giappone estremo e la danza delle gru sulla neve è silenziosa e bella.
Le ho portate nella mia stanza le gru e devo dire che se la danza è ugualmente silenziosa sicuramente qui è un po’ meno bella.

Nella tradizione giapponese la gru simboleggia la fedeltà di coppia e per questo è usata nei kimono nuziali oltre ad essere augurio pace e di lunga vita.
Per saperne di più sulla Gru Giapponese

e sul suo habitat naturale.
photo by Kuckibaboo taken on Flickr

Un furoshiki (fazzolettone giapponese) che ho trasformato in Noren

Ristoranti giapponesi a Roma: Sushisen

Foto di Neve*
Ogni tanto ho bisogno di addentare sushi, anche se a Roma l’offerta non è delle migliori. A parte qualche indirizzo oramai la maggioranza del panorama romano è rappresentato da ristoranti cinesi che hanno fiutato l’affare e si sono agghindati di noren e maneki neko con la zampina mobile.
Quindi la scelta è piuttosto limitata: Hamasei, Hasekura, Rokko, Bishobu Kobo, Kisso e Sushisen.

Conosco Sushisen da molto tempo, da quando è stato aperto…..
Lo frequentavo con una certa assiduità da aver visto il personale, il servizio e i prezzi cambiare negli ultimi tempi. Nella galassia di ristoranti giapponesi, o che vogliono per tali apparire (diciamolo, soprattutto nel conto) perchè un cinese travestito è sempre un cinese, il Sushisen ha rappresentato per un po’ di tempo una valida alternativa ai più costosi Hamasei o Hasekura. Il kaiten poi (il nastro che ruota) era una novità da noi e quindi un divertente motivo di conversazione.
Il menu è piuttosto ampio e diversificato e perciò apprezzato anche da chi non ama particolarmente il pesce crudo. I prezzi sono nella media, anche se con gli anni sono cresciuti sempre più. A parte i piatti di nigiri sushi che costano uno sproposito (in linea comunque) c’è un po’ di tutto e Sushisen si è specializzato in fantasiosi california rolls e uramaki. La cosa che non amo però è l’uso abbondantante di salse, maionese e creme con le quali infarcisono il riso. Decisamente troppe. Qua e là ho visto anche del surimi.

Tra l’altro, ultimamente, purtroppo, ho notato una certa disattenzione nel conto. Spesso capita, a me è capitato ben 3 volte, le ultime tre che sono andata, che il conto presenti delle anomalie, ossia che mettano in conto cose mai ordinate oppure ordinate ma mai arrivate al tavolo. Succede anche che si sbaglino o con il numero dei piattini presi o sul colore. E non si tratta mai di cifre di poco conto.
La prima volta che capita non ci fai caso,, la seconda pensi che siano forse un po’ troppo distratti, la terza cominci a pensare che ci sia dell’altro…anche perchè l’ultima volta si sono sbagliati per un importo superiore ai venti euro! Secondo voi quanti controllano che le voci riportate nel conto corrispondano a quello effettivamente mangiato, o si ricordano quanti e quali piattini hanno impilato? Quanti capiscono o riescono a districarsi nei nomi scritti solo in giapponese? E pensare che prendono le indicazioni con il palmare…..


Non è gradevole andare in un posto dove sbagliano il conto con questa facilità e dove ti costringono a noiose verifiche e antipatiche rettifiche.

Ristoranti giapponesi a Roma: Autunno e Lunch Set da Hamasei



Foto e Collage di Neve*



Oggi è sabato, Roma regala ancora giornate calde, cieli alti di nuvole barocche, l’affaire Alitalia è agli sgoccioli e io mi concedo una pausa giapponese in questa città molto poco cosmopolita.
Pranzo da Hamasei. Nel panorama piuttosto affollato di ristoranti giappo, pseudo giappo, approssimativamente giappo, Hamasei è un punto fermo.
Sta là in via della Mercede, tra piazza San Silvestro, piazza di Spagna e via del Tritone dai lontani anni 70, pioniere della cucina orientale in una città tradizionalista e caciarona come Roma.
Hamasei resiste e si rinnova. Tra i giapponesi romani è il più tradizionale e il più grande ristorante di Roma. Ora è ancora più grande, ed offre oltre ad una sala tatami, un nuovo sushi bar (che stanno ultimando), diversi ambienti e nella parte nuova c’è un lungo tavolo per avventori singoli con una grande zona di tavolini per due. L’arredamento seppur minimalista è caldo. Come tutti i giapponesi non è particolarmente economico, ma se ci andate all’ora di pranzo con 15 euro si può scegliere tra quattro tipi di Lunch Set : sushi-sashimi-salmone alla griglia- tonkatsu, la cotoletta di maiale.
Il sushi e il sashimi set sono i più richiesti e si capisce il motivo, una qualunque vaschetta di sushi anche take away (nei supermercati o da Daruma) non costa mai meno di 10 euro. Qui nel vassoio trovate anche un antipasto, sottoaceti, una ciotola di misoshiru e un po’ di frutta. Potete mangiare in pace, seduti in un bell’ambiente e serviti da personale efficiente e discreto. Che volete de più? Le bevande sono a parte, ma una teiera di te verde costa 3 euro.
Hamasei, via della Mercede, 35 Roma tel. 06 6792134

Foto di Neve*

Nuvole barocche sull’isola Tiberina

Muji a Roma, il no brand superbrand.


Me ne sono accorta tardi. E’ più di un mese che ha aperto il primo negozio Muji della capitale! Ci sono stata ieri. A via del Tritone 199, dove prima c’era le pain quotidien oggi c’è MUJI. Non grandissimo, e secondo me anche in posizione poco felice.
Da che mi ricordi quel pezzo di via del Tritone è sempre stato abbastanza sfigato dal punto di vista commerciale. Zona di passaggio (soprattutto di autobus e taxi), ad alta concentrazione turistica (a due passi c’è fontana di trevi) ma marciapiede angusto e tratto di strada che non invita a passeggiare.
Ma Muji non ha bisogno di presentazioni e sarà un successo anche dove lo hanno aperto.
Colori del negozio rosso scuro, grigio, acciaio. Oggettistica personale e per la casa bella, funzionale, elegante, dal design minimalista, mooooolto giappo.
Rispetto ai negozi nella madrepatria, l’assortimento di Roma è piuttosto sacrificato, ma tant’è e ci accontentiamo. Sono sicura che apriranno un altro punto vendita, perchè sarà un successone. Magari non in zona ZTL e con la superficie che merita.
Nota dolente i prezzi. Rispetto a Muji Giappone mediamente il doppio, qualche volta di più, ma fa niente c’è tale fame di cose belle e dal design pulito che i romani non ci faranno caso.
Questo il sito http://www.muji.net/ con la possibilità di acquistare anche on-line.

Un pezzetto di Giappone a Porta Latina

Red brick medieval city walls with gated towers and cityscape beyond
V

Ultima domenica agostana. Rientri. Romani al mare. Approfitto dell’atmosfera sonnacchiosa per andare in un angolo di Roma nascosto e poco conosciuto. Lungo le mura Aureliane, tra Porta San Sebastiano e Porta Metronia, si apre un’altra porta. Attraversandola si raggiunge in pochi passi via San Giovanni a Porta Latina, una strada chiusa che custodisce una delle più belle chiese paleocristiane di Roma. Chi arriva dalle mura rimane sorpreso da tanta pace e tanta bellezza. Siamo a due passi da San Giovanni e dal quartiere Appio ma sembra di essere in un’altra città. Lo slargo che ospita la chiesetta, rappresenta un unicum come pochi altri luoghi nella capitale, complice sicuramente la situazione appartata. Chiesa antichissima del settimo secolo, ha l’impianto paleocristiano ma il campanile è più tardo, di epoca romanica. L’interno conserva l’impianto architettonico originale, ma è stato rimaneggiato e non ha lo stesso fascino della facciata. Completano sul fronte della chiesa un pozzo medievale e un enorme cedro del libano, sicuramente centenario. Un angolo di Roma suggestivo, soprattutto la sera, soprattutto se non c’è nessuno.
Accanto alla chiesa, sulla sinistra si trova un cancello (sempre chiuso) che ospita l’ex villa Attolico con la residenza dell’ambasciata Giapponese, come recita la targa semi nascosta dall’esuberante vegetazione. Bel posto per vivere signora ambasciatrice


la targa accanto all’ingresso

Resoconto terzo Mercatino giapponese di Roma


Si è svolto domenica 16 dicembre il terzo appuntamento del mercatino giapponese di Roma. Questa volta è stato fatto al circolo degli artisti in via Casilina Vecchia.
Io avevo un banchetto stra-figo, per chi se ne intende, pieno di superfortunati Manekineko che sono andati via come l’acqua (foto) e di oggettistica della più varia, tutta presa in Giappone.
Il mercatino ha aperto alle 11 ed è andato avanti fino a sera inoltrata e io seppur infreddolita mi sono divertita parecchio.

Che Chanbara!

Ogni tanto si prendono delle “sole”.
Ieri sera ne ho presa una. All’ Auditorium di Santa Cecilia davano lo spettacolo giapponese Chanbara, tamburi e spada. L’accostamento dei tamburi e delle spade mi pareva strano, ma a Roma le occasioni di assistere a spettacoli giapponesi è così limitata che non si va tanto per il sottile.
Altra anomalia, lo spettacolo iniziava alle 20.30, piuttosto presto per le nostre abitudini.
Arrivati all’Auditorium, dopo una ricerca spasmodica del parcheggio la settimana prima di Natale, ci siamo accomodati in galleria (euro 20) e un’altra anomalia mi si è presentata: la comunità giapponese era pressochè assente, cosa piuttosto strana vista la penuria di appuntamenti nipponici nella capitale e tra il pubblico c’era il pieno di adolescenti.
Sempre più sospettosa mi sono messa a leggere la locandina, e per scrupolo ho dato un’occhiata al nome degli artisti, tanto per accertarmi che fossero veramente giapponesi. Lo erano quindi, mi sono tranquillizzata e ho deciso di dar credito a chi aveva organizzato l’evento (Romaeuropa Festival) e al fatto che avevano fatto addirittura due serate.
Quando però si è fatto buio in sala e è iniziato lo spettacolo, prima ho riso per dieci minuti e poi me so’ proprio avvilita.
Sicuramente non capisco nulla di arti marziali, ma quello che ho visto era a metà tra un film di Bruce Lee e i film di Godzilla (quelli con gli attori mascherati e il pupazzone di gomma che con le zampate buttava giù i grattacieli di Tokyo) che davano sulle private negli anni ottanta.
Boh, m’è sembrato uno spettacolo senza senso, accompagnato da effetti sonori da guerre stellari e fumi da disco music. Quelli che maneggiavano la spada erano tutti molto bravi, degli acrobati direi, ma sinceramente lo spettacolo non m’è piaciuto. Di tutto quello che ho visto salvo solo gli assolo di taiko suonati per una decina di minuti alla fine del primo tempo. Basta.
Chanbara è stato una caricatura, uno spettacolo ad uso e consumo degli occidentali, una cosa proprio brutt, direi.
Alla fine del primo tempo, ci hanno invitato ad alzarci ed uscire dalla sala per permettere il cambio scena, io a quel punto non avendo più dubbi e tormentata da crampi di fame, ne ho approfittato e me ne sono andata.

Terza edizione Mercatino Giapponese di Roma

Occasione ghiotta per chi è a corto di idee in vista del prossimo Natale.
Domenica 16 dicembre si terrà a Roma in via Casilina vecchia, al Circolo degli Artisti, la terza edizione del Japanese Free market. Due sale espositive e anche lo spazio esterno ospiteranno banchetti pieni di Giappone. Dalle 11 di mattina fino a sera (una sala chiuderà invece alle 18).
Appuntamento da non mancare. Ci sarò anch’io con un banchetto “chic and cheap” :) Ingresso gratuito. Se volete assaggiare il sushi, affrettatevi, finisce in un battibaleno.
P.s: Al mio banchetto troverete oggetti introvabbbbili e che ve lo dico a fa’ bellissimi.

***L’oro di Araki***

Oggi, per caso sfogliando il giornale mi sono accorta che a Roma c’è la mostra fotografica di uno dei più noti fotografi contemporanei giapponesi : Araki Nobuyoshi.
Si tiene nel palazzo Fontana di Trevi, ingresso di Via Poli, 54.
E’ stata organizzata dall’Istituto Nazionale per la Grafica, con il patrocinio dell’Istituto Giapponese di Cultura ed inaugurata ieri 23 novembre da Araki san in persona. Finirà il 24 febbraio 2008. L’ingresso è gratuito.
Sono andata, e nel palazzo che si affaccia su Fontana di Trevi (vale la visita anche solo la sede) mi sono ritrovata di nuovo a Tokyo.
La maggioranza delle foto sono in bianco e nero. Le più belle, oltre quelle della sezione ritratti (piena di attori e celebrità varie), mi sono sembrate quelle della sezione “Tokyo diary”, foto scattate a Ginza tra gli anni 50 e 60 e che ritraggono una città in pieno boom economico, popolata da facce che camminano spaesate, come se ancora si muovessero tra le macerie di un paese in guerra. Le ho trovate bellissime.
L’altra grande parte della mostra è dedicata a donne, molte sicuramente più di semplici modelle, ritratte in intimità.
Araki sembra amare molto il bondage e le sue composizioni più erotiche mostrano donne in bellissimi kimono legate e appese su tatami e bicchierini di sake. Moltissime sono le foto che sembrano uscite dai fumetti.
Le donne di Araki, non sempre belle e giovani, sono sempre invece sensuali e naturali, un po’meno le lucertole e i godzilla che le accompagnano.
Completano la mostra una sezione polaroid (di cui è tappezzata una parete)e una sala con un televisore che mostra il fotografo a far foto in giro per la sua Tokyo.

orario: martedì – venerdì 12.00 – 19.00, sabato e domenica 10.00 – 19.00.

Rome Japanese Freemarket- Mercatino Giapponese a Roma

In primo piano un tenugui, da noi chiamasi “canovaccio”, sul tavolino magneti vari, ciondoli per telefonini, maneki e maialini salvadanaio, scatole washi, bacchette e cianfrusaglie varie.

Si è svolta il 28 ottobre scorso, la seconda edizione del Mercatino giapponese, in via Assisi 33, zona stazione Tuscolana. E’ stato divertente e piuttosto affollato. E’ forse la prima volta a Roma che viene organizzato un mercatino di cose nuove e usate provenienti dal Giappone o che si ispirano ad esso.
In realtà esisteva già una giornata simile promossa ogni anno dalla scuola giapponese di Roma, in zona Casetta Mattei, ma non direi si tratti proprio di un mercatino giapponese, piuttosto di un mercato fatto da giapponesi che vendono, soprattutto cibo e materiale vario di provenienza mista.

Il mercatino di via Assisi, ha visto riuniti privati e non, che vendevano soprattutto oggettistica proveniente dal Sollevante. Un vero successo di pubblico. I banchetti distribuiti su due piani, vendevano, tranne alcune eccezioni, tantissime cose giapponesi, cose sfiziose come manga, cibo (che come da tradizione è finito in un batter d’occhio), dvd e libri, noren, geta, hello kitty, magneti, tenugui, strap per telefonini, scatole washi, manekineko. Insomma una vera goduria per chi ama il Giappone nelle sue infinite espressioni.
La manifestazione, durata una domenica di sole, è stata invasa da una folla curiosa e affamata dalla voglia di portarsi a casa un pezzetto di estremo oriente. Direi che il successo è stato tale da spingere gli organizzatori (che gestiscono il negozio Sakurashu) ad un nuovo appuntamento, magari in prossimità delle feste natalizie, forse in uno spazio più grande e diversamente distribuito, così da permettere una migliore agibilità per espositori e visitatori.
Le foto le ho scattate in quella occasione, e sono del banchetto più bello, il mio.

In primo piano, tote bag kittychan, kairo gli scaldini per l’inverno, sali da bagno, libri sul giappone e il giapponese