Prima volta in Giappone: un’estate di fine anni Novanta

Estate 1997, il mio primo viaggio in Giappone. Non immaginavo che sarebbe diventato una parte importante della mia vita.

Primo viaggio in Giappone, una calda estate fine anni novanta.

Parto sola con un “viaggio studio”, la scusa più bella per conoscere persone e luoghi ad una cifra accettabile (che per il Giappone proprio accettabile non è).

In fatto di vacanza, non c’è niente da fare, il viaggio studio è insuperabile e io posso dichiararmi una professionista. E non fa niente se la scuola non è il massimo, se la famiglia non ti si fila, o se quando torni a casa anzichè inglese parli con un vago accento umbro perchè nella tua classe londinese si è trasferita per l’estate l’intera 3c di Terni.

Le vacanze studio sono così, straordinarie opportunità di vita e pazienza il resto.

Io stavolta sono partita con le migliori intenzioni e nulla è lasciato al caso: ho curato nei minimi particolari i miei 3 mesi in Giappone, la scelta del volo più economico e poi fondamentale per la riuscita del viaggio ho deciso che no, questa volta niente college, niente appartamento. No, stavolta si fa sul serio, stavolta “homestay”.

Sono eccitatissima, questo viaggetto m’è costato una piccola fortuna, ma le premesse sono ottime: ho studiato tutto nei minimi dettagli, il volo con scalo a Londra, la scuola, la città. Ho organizzato tuttotutto, persino l’ultima settimana in Giappone, quando gironzolerò a sud fino a Hiroshima e a nord fino ad Hakodate in Hokkaido grazie al Japan Rail Pass.

Sono convinta di avere avanti una grande estate.

Il viaggio è lungo, non sto nella pelle e persino la piatta e acquitrinosa Siberia che sorvoliamo ormai da un po’, mi sembra interessante. Il volo, un British Airways è carico di giapponesi felici di tornare a casa dopo una breve vacanza, l’euro non esiste ancora e lo yen va forte.

Dodici ore sono lunghe, interminabili, ma conversare con una simpatica coppia mi aiuta a passare il tempo.

Ci siamo, abbiamo piegato sulla penisola della Kamchatchka, siamo sopra il mar del Giappone e tra poco atterreremo. Il tempo di riempire i moduli della dogana, stiracchiarsi un po’ e iniziamo la discesa verso l’aeroporto intercontinentale di Osaka, l’aeroporto sull’acqua, l’aeroporto firmato da Renzo Piano.

Sono in Giappone ma atterro su un pezzetto d’Italia. Sono fresca come una camicia di lino indossata ma prontissima, carica e super positiva. Tutto andrà bene, lo so. Formalità doganali ok, da lontano occhieggia il nastro della riconsegna bagagli già in movimento. Escono i primi bagagli. Che fenomeni ‘sti giapponesi, che organizzazione, che precisione. Che dici, faccio in tempo ad andare in bagno? Giusto una rinfrescata, faccio subito tanto sto’ leggera, con me ho solo lo zainetto con dentro due tubi di baci perugina da regalare alla mia famiglia. Vado e torno in un attimo. Orrore. Il nastro sputacchia fuori tutti i bagagli tranne il mio.

Non scherziamo, che ho solo quel valigione con tutto, ma proprio tutto dentro.

Nell’attesa nervosa i baci Perugina ed io abbiamo un crollo. I minuti passano, prego che il nastro non si fermi, mentre il sudore si ghiaccia sul mio viso insieme a tutti quei sorrisi che fino a poco prima dispensavo fiduciosa al mondo intero.

Rumore secco.Le preghiere sono state inutili, il nastro si ferma senza il mio bagaglio.

Completamente sola e senza una mutandina di ricambio a 12000 km da casa.

E adesso? Come sopravvivo in un paese dove la taglia più grande di reggiseno è la 2 coppa C?

No, io non ci penso proprio a tornarmene a casa. La mia estate rischia di fare la fine dei cioccolatini perugina.

Calmiamoci, non tutto è perduto, una cosa la possiamo fare: la denuncia.

Epperò il mio giapponese non brilla proprio, dopotutto non ero venuta fino qui proprio per impararlo? Non sto in me, ho detto che parlo poco giapponese e l’inglese dell’impiegato lasciamo stare.

Mi aiutano in tanti: per primi la coppia con la quale ho attraversato ciarlando le lande siberiane, e poi due perfette sconosciute che assistito a tutto lo psicodramma si avvicinano, e con un dolcissimo sorriso si scusano del pessimo benvenuto che il loro paese mi sta riservando, quindi, per rimediare e confortarmi mi mettono in mano due banconote da ventimila yen!

In che paese sono mai capitata, mi chiedo. Nel posto giusto, mi sono risposta, perciò rincuorata ho iniziato la mia estate, che è stata un fuoco d’artificio.

Goma dango, bbbbuoni

Goma dango , uno 110 yen

Una gita a Yokohama distante mezz’ora da Tokyo. In teoria un’altra città, in pratica distinguibile da Tokyo solo grazie ai cartelli nelle stazioni.
Yokohama è una città di mare, anche se il mare è sempre un po’ ingabbiato. E’ un grande porto e possiede la più grande China Town del Giappone.
Se decidete di passarci qualche ora, non mancate di assaggiare nel quartiere cinese i goma dango, pallette di mochi (pasta gommosa di riso) ripiene e ricoperte di sesamo rese croccanti dalla frittura in olio bollente. Squisiti!

Kamakura

Un’ora da Tokyo, Kamakura, capitale per un breve periodo dell’antico Giappone, ha tanti templi quante chiese ci sono a Roma.
Ci sono decine di edifici, shintoisti e buddisti, un’atmosfera rilassata e abbastanza lontana dalla caotica capitale. Vicino c’è il mare. Una bella escursione da fare in giornata. Tra le cose da non perdere c’è il grande buddha, chiamato comunemente DAIBUTSU. Decisamente bello e estremamente fotogenico. In questa foto, scattata a novembre 2006, ho aggiunto un po’ di colore….

I fuochi di artificio di Suwa-ko

Crowd watching colorful fireworks over Lake Suwa at night during a summer festival

Una delle prime cose che mi hanno colpito del Giappone è stato constatare che quasi tutto quello che noi facciamo in un modo, in Giappone si fa in un altro. Il senso di marcia, il modo di scrivere e leggere, persino come si aprono e chiudono i rubinetti (al contrario, ve lo assicuro!).

Non fanno eccezione i fuochi d’artificio, che da noi si fanno una volta ogni tanto e soprattutto d’inverno (almeno a Roma e so’ pure brutti), mentre in Giappone illuminano soprattutto le calde notti estive.

I giapponesi li chiamano hanabi (花火), letteralmente “fiori di fuoco”. Bel nome, eh? Migliaia di persone si radunano per assistere agli spettacoli pirotecnici, spesso indossando yukata leggeri e sorseggiando una bibita fresca. I fiori di fuoco colorano il cielo e sembrano quasi rinfrescare le afose estati giapponesi.

Le foto di questo post sono state scattate durante il festival estivo di Suwa-ko, nella prefettura di Nagano. Si tratta di uno degli spettacoli pirotecnici più grandi del Giappone e si tiene ogni anno a metà agosto.

I fuochi vengono sparati sulle sponde del lago Suwa, vicino alla città di Chino, così che lo spettacolo di luci venga amplificato e riflesso dallo specchio d’acqua.

Un’esperienza estiva profondamente giapponese e, se vi capita di essere in Giappone in agosto, uno spettacolo da non perdere.

Fujisama


Questa è una foto del monte Fuji scattata il novembre scorso ad Hakone, cittadina termale alle pendici della montagna sacra, e successivamente ritoccata con Paintbrush.

Il monte Fuji, o Fuji-san come lo chiamano i giapponesi, è la montagna più alta e simbolica del Giappone. Se siete abbastanza fortunati da vederlo in tutta la sua geometrica bellezza, capirete immediatamente il perché. È un cono quasi perfetto e la sua visione rapisce per imponenza e armonia.

Il Fuji è un vulcano attivo ma dormiente: la sua ultima eruzione risale al 1707. Alto 3776 metri, ha la sommità spesso imbiancata da un cappuccio di neve. Si erge maestoso e, come un gigante immobile, sembra vegliare sull’intero Giappone.

Purtroppo non è facile vederlo. Su 365 giorni l’anno, il monte Fuji è visibile solo per un numero relativamente limitato di giornate. Bisogna essere fortunati. La stagione ideale è l’inverno: le fredde e limpide mattine offrono le condizioni migliori e, nelle giornate più terse, lo si può ammirare perfino da Tokyo. E quando accade, state certi che qualcuno ve lo farà notare.

D’estate, invece, il Fuji si nasconde come un dio capriccioso: basta un po’ di foschia o qualche nuvola e la magia svanisce. Ma è una magia che vale sempre la pena tentare.