Insalata pantesca

Dal profondo blu mediterraneo un’insalata (senza insalata) che vi riporterà in un battibaleno a respirare il mare anche se gli ingredienti sono tutti di terra. Fondamentali sono i magnifici e carnosissimi capperi di pantelleria e il profumato origano di quest’isola nera.

Servono:
  • Patate lesse
  • Pomodori rossi perini
  • Una manciata di capperi sottosale di pantelleria
  • Una cipolla (o meno a seconda del gusto)
  • Sale marino , olio, pepe, origano in quantità.
  • Qualche oliva nera ( ma se non c’è va bene lo stesso)
Esecuzione:

dopo aver bollito le patate lasciatele freddare e affettatele e unitele ai pomodori e alla cipolla. Aggiungete i capperi che avrete sciacquato un’attimo sotto acqua corrente, condite con olio sale pepe e finite con generoso origano. Lasciate che gli ingredienti si amalghino bene e servite. L’insalata pantesca prima la preparate più buona la mangiate.

Non ho fatto freddare le patate e l’insalata è uscita rossa 

Orecchiette zucchine, capperi e tofu

  • Primo saporito e veloce pronto in appena venti minuti. Vegetariano, nonchè completo piatto unico. E’ la prima volta che sperimento il tofu in un piatto di pasta (a dir la verità è proprio una prima assoluta tra me e il tofu in cucina) ce l’avevo in frigo e ho pensato di unire questi ingredienti con questo pezzo di oriente. Il risultato è proprio niente male.
    Ecco gli ingredienti per due :

    -orecchiette 180-200-300 gr fate voi!una zucchina romanesca
    -una manciata abbondante di capperi sottosale di Pantelleria
    -sale (se avete lasciato i capperi in ammollo)
    -pepe macinato fresco
    -prezzemolo
    -olio extravergine di oliva

    In una padella con un bel goccio d’olio caldo mettete una zucchina affettata e lasciate cuocere, poco. Aggiungete una manciata di capperi di Pantelleria e quando le zucchine si saranno un po’ appassite prendete un panetto di tofu tagliato a dadini e aggiungetelo ai capperi e alla zucchina. Lasciate qualche minuto, giusto il tempo di far insaporire il tofu. Pepate e spegnete il fuoco. Quando le orecchiette saranno al dente, scolatele e passatele nella padella, saltate e servite con un pugno di prezzemolo.

Rigatoni verdi e bianchi

Visto che quest’anno l’estate non si decide ad arrivare (come pensavo invece nel mio ultimo post), l’altra sera da un frigorifero mezzo vuoto, ho tirato fuori un primo piuttosto invernale, ma per niente male.

Rigatoni ai fagioli corallo, gorgonzola e sesamo!
Sempre nei soliti venti minuti (tempo max nel quale intruglio volentieri in cucina :)), in una padella ho messo un goccio d’olio extra, poi ho aggiunto i fagioli corallo già bolliti assieme ad un po’ di gorgonzola per il tempo di sciogliere il formaggio.
Quando il rigatone era quasi cotto, l’ho scolato e l’ho passato in padella nella quale ho aggiunto pepe nero, parmigiano e una generosa manciata di semi di sesamo.
L’accostamento dei dolci fagioli corallo al gorgonzola ci è piaciuto, quindi piatto approvato e archiviato.

Riso basmati con verza

Mi piace il riso. Tutto, in qualunque modo. Tranne che nei supplì. Sarà, ma a Roma è praticamente impossibile ormai trovare un “supplì al telefono” come si deve. Nella maggiorparte dei casi sono immangiabili, ‘na vera schifezza. I fritti, come i cornetti al bar sono diventati tutti uguali, già preparati e surgelati.
Digressione sul supplì a parte, (lo stesso discorso si potrebbe fare per i filetti di baccalò o fiori di zucca, ahimè) ieri mi è venuta voglia di un piatto di riso.
Mi piace cucinare, a tempo però, nel senso che non amo passare molte ore ai fornelli, ma visto che amo mangiare, mi diletto e intruglio con quello che c’è nel frigo. Preferisco i primi piatti, che faccio diventare dei piatti unici. La cosa importante per me è mangiare nel tempo che l’acqua bolle e la pasta o il riso cuoce, niente preparazioni lunghe, piatti pronti in massimo 20 minuti.
Questo è uno di quelli. Riso basmati con verza:
Ho soffritto in un po’ di extravergine scalogno e pancetta. Ho aggiunto verza cruda tagliata a listarelle e lavata. Dopo qualche minuto ho salato e pepato e quando la verza è cominciata ad
appassire ho sfumato con un po’ di birra (o vino bianco) e ho lasciato cuocere qualche minuto (non molto, perchè le verdure mi piace rimangano un po’ crude). Nel frattempo ho cotto in acqua salata 200 gr di riso basmati, appena 10 minuti, e a fuoco spento ho lasciato che i chicchi si gonfiassero. A questo punto ho scolato e aggiunto il riso nella padella della verza, ho ben amalgamato con una noce di burro e ho spadellato.
Risultato, da leccarsi le dita, ma se ci mettevo meno sale era meglio…..

Attenzione linkate qui per sapere come sono e come si preparano i veri supplì al telefono romani.

Sardegna Appunti: Pane Frattau

Pane Frattau e foto di Neve*
Questo è un piatto da leccarsi i baffi.  Ingrediente fondamentale è il pane carasau.
Il carasau è il pane tipico della Barbagia, dove ancora resiste la tradizione pastorale.
E’ un pane particolare e buonissimo, che si conserva per mesi, temendo solo l’umidità.
Inventato in una società dove il pane doveva mantenersi il più possibile, era l’alimento ideale, assieme al formaggio di chi accudendo gli animali, mancava da casa spesso e a lungo e non poteva rifornirsi di pane fresco quotidianamente.
Il pane carasau è un pane fatto dei tipici dischi grandi e sottilissimi di farina di grano duro e cotto a legna per ben due volte (da qui la parola, carasatu o biscottato).
Si tratta di un pane artigianale, che necessita di una lavorazione lunga e laboriosa.
Viene confezionato in genere in pacchi da due chili.  E’ di una bontà assoluta.  Se lo si mangia così come viene confezionato è fragante e scrocchiarello ( per questo è chiamato anche carta-musica), altrimenti lo si può gustare scaldato con un filo d’olio a crudo (pane guttiau) oppure lo si può bagnare con acqua, aspettare che si ammorbidisca e poi lo si può farcire come il gusto suggerisce: con formaggio fresco, con pomodori, con affettati, con nutella. 
Essendo un pane speciale piuttosto fragile da trasportare, a Roma lo si trova con difficoltà.
Se ne trovate in giro, in genere si tratta della varietà più spessa ed erta. Secondo me, questo è un carasau che non ha nulla a che vedere con l’originale. In Barbagia stessa, la consistenza, la cottura, l’altezza cambiano di paese in paese e addirittura di forno in forno.
Il tipo migliore è quello ben biscottato e talmente fino che si spezza con molta facilità.
E’ proprio dagli avanzi del pane, che ha origine il piatto che ho cucinato ieri sera: il pane frattau (pane a pezzetti).
Tutti i pezzi che avanzano del pane, vengono riutilizzati in questo piatto che è un capolavoro di semplicità. Pane frattau inno al gusto.


Si fa così:
Immergete i pezzi (o parte di dischi) di carasau un attimo in acqua bollente salata e disponeteli a strati su di un piatto. Condite strato per strato il pane così ammorbidito con salsa di pomodoro e formaggio pecorino. Io utilizzo un sugo finto (olio, cipolla, sale e pepe, pelati), ma va bene anche il ragù.
La versione base è questa, quella arricchita vede l’aggiunta alla fine, di un uovo in camicia sempre ricoperto con sugo e pecorino sardo grattuggiato.

A Natale tradizione sardo-romana

Da mamma si segue la tradizione e questo il pranzo del 25 di dicembre:
Niente antipasto, si comincia con una bella tradizionale stracciatella, quella fatta con brodo di gallina, uovo e tanto, ma tanto parmigiano.
Seguono cannelloni al forno al sugo con besciamella, fatta in casa. Il ripieno dei cannelloni è una contaminazione di cucina sardo-romana. Il ripieno, vegetariano, è fatto con
mozzarella inacidita, girata con un pizzico di sale, farina e amalgamata con bieda. Questo è il ripieno che mia nonna ha sempre usato per gli agnolotti o ravioli, da quando nel 1935 lasciò assieme a mio nonno Dorgali e la Sardegna in cerca di giorni migliori sul continente. Mamma usa questo ripieno sia per gli agnolotti che per i cannelloni. Da qui la contaminazione.

Per secondo, immancabile e buono da urlo il re della tavola il romanissimo abbacchio al forno, accompagnato da pisellini in umido e puntarelle con alici. Per finire un po’ di panpepato, seadas con miele, mirto e passito.
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Menu delle Feste

Quest’anno ho avuto una splendida idea : invitare gente a cena la sera del 24! Non sono granchè abituata a cucinare per molte persone, quindi ho pensato che sarebbe stata una buona idea avvantaggiarmi mettendomi in cucina alle quattro del pomeriggio, per poi avere un po’ di tempo a ridosso della cena per rilassarmi. So’ stata 4 ore in cucina. Però che risultato. Avrei voluto fotografare le mie succulente pietanze, ma al momento del bisogno la macchinetta è sparita, quindi le foto che ho postato sono solo quelle della tavola imbandita per la festa e dove fa bella mostra di se un buonissimo bianco sardo, il Cala Luna, della cantina sociale di Dorgali, che abbiamo bevuto in allegria.
Il menu che ho pensato e cucinato non è particolarmente tradizionale, ho però rispettato la regola che obbliga per la vigilia di mangiare MAGRO.
Prima di tutto : Polpettine di cavolfiore
Come primo piatto: Orecchiette con cime di rapa, cozze e telline
Come secondo piatto: Orate al forno con patate
Dolce: Crema di Yogurth bianco con frutti di bosco e scaglie di cioccolato fondente.
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Lumache!!!



Oggi sono andata a fare una passeggiata. A 150 km a sud di Roma, al confine con la Campania, c’è un paese che si chiama Campodimele.
La cosa più notevole di questa gira fuori porta è stato il pranzo al ristorante del borgo. Non è facile trovare un ristorante dove fanno le lumache. Vado pazza per le lumache! Quelle che ho mangiato oggi erano fatte come tradizione vuole. In umido con il sughetto rosso, peperoncino e finocchiella.
Certo quelle che fa mamma sono più buone anche perchè a casa mia le lumache non si comprano, si raccolgono. Mi ricordo da piccola, proprio in questo periodo maggio, giugno si aspettava un bell’acquazzone e poi si partiva tutti insieme a caccia di lumache. C’erano i posti che conosceva solo papà. Adesso che mi ricordo era per i campi tra Maccarese e l’aeroporto di Fiumicino. Si facevano buste intere.
Era divertente andare a caccia di lumache, perchè tanto una volta che le avevi viste mica scappavano. Le più piccole si lasciavano stare, i canestrelli (quelle verdi scure) erano le più difficili e quindi, secondo mamma le più buone. Le più comuni erano le rigone. Io mi divertivo a prendergli le antenne, ma le lumache erano più veloci di me e allora io gli cantavo “esci esci corna….”.
Una volta raccolte bisognava farle spurgare. Si mettevano in grosse pentole chiuse in genere da uno scolapasta e gli si dava da mangiare l’insalata. Mangiavano per un paio di giorni e nello stesso tempo si depuravano. Insomma le mettevamo un po’ a dieta. Poi c’era il lavaggio che doveva essere molto scrupoloso, un paio d’ore con acqua sale e aceto, che non finiva mai, ma mamma diceva che per forza bisognava fare. Finito il lavaggio si poteva cuocerle. E qui la cosa si faceva un po’sadica. Si mettevano tutte le lumachine, un bel po’ rinconglionite da tutto quell’aceto, in acqua fredda finchè le poverine non si rilassavano e uscivano fuori. A quel punto, una volta spuntate le antennine si poteva alzare il fuoco.
Le lumache che ho mangiato oggi, si erano rilassate parecchio in acqua fredda perchè avevano le antennine tutte fuori.