Scusate l’assenza,

Ma ho passato l’estate a bere Chin8 Neri.
Quest’estate ho fatto un sacco di riflessioni. Una proprio sul Chinotto Neri.
Ho capito
che il chinotto è l’unica cosa che mi manca quando sono via, e non solo. Capita infatti che mi manchi a volte pure a Roma quando per esempio al posto del Chinotto cercano di propinarmi una bieca imitazione con l’accento sulla O. E non manca solo a me, ma a tanta altra gente. Per esempio a papà.
Lo dico perchè quando eravamo sull’autostrada Rennes-Parigi, in un autogrill gallico qualunque, davanti a parete intera di beveraggi colorati e pozioni iridescenti, gli chiedo

“A pa’ che te bevi? Che voj uno yoghurt al mango-papaya-mirtillo gigante, un succo al mangostano picchiettato o una Evian aromatizzata cedrata al gusto big buble??
E lui..”Noooo Sì (Silvia in romano, ndr), io me pijo solo un
c h i n o t t o
A pa’ ma sai che te dico? Pure io. :)

Non ce l’avevano.

Altro che formaggio grana, il chinotto bisognerebbe esportare, non solo all’estero, anche in tanti bar di Roma.

Chinotto, ma che sia Neri, quello fatto nello stabilimento di Capranica, sulla Cassia.

C.h.i.n.o.t.t.o   m.a.i   p.i.ù  s.e.n.z.a.
– mi raccomando con una fetta di limone dentro –

Oltre il canale, volare

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Ci sono un paio di posti tra Fiumicino e Focene dove andare a godersi lo spettacolo degli aerei atterrare. Uno a nord e un altro a sud della pista in un perimetro di strade dai nomi strani e marinari: Via Coccia di Morto, via delle Vongole, Via delle Patelle.
Dopotutto il mare è a due passi. Se ne sente l’odore. E quando sei su un aereo, decolli e guardi giù, ecco che vedi subito la città di Fiumicino, il Tevere, la sua foce, la spiaggia e poi a perdita d’occhio il lattiginoso blu del mare.

Oggi c’era vento da sud ovest, libeccio, e perciò il posto migliore per guardare gli aerei prima lampeggiare lontani, abbassarsi, barcollare un po’ e poi atterrare era a nord della pista di Fiumicino.
Ero sola ad aspettare, insieme ad un’altra macchina. Forse perchè è giovedì o forse perchè è ora di pranzo o forse perchè guardare gli aerei atterrare è un passatempo antico e un po’ dimenticato.

Per me è puro divertimento. Un gioco che ho imparato da piccola. Al quale papà mi ha introdotto nei lunghi pomeriggi d’estate e che mi ha insegnato l’attesa, la pazienza,  l’immaginazione.

Gli occhi a frugare l’orizzonte con impazienza, a sbuffare fino a vedere comparire lontano un luccichio, guardare con ansia e stupore il puntino avvicinarsi ed ingrandirsi, spalancare occhi e bocca finchè  una mano provava a toccare il cielo e l’aereo ti investiva con luce e fragore.

Cercare gli aerei all’orizzonte mi faceva pensare a rotte e paesi lontani. 

Il nord ad esempio, o magari solo quello che c’èra oltre il canale.

Giovedì ho giocato di nuovo, ed era tanto che non giocavo così. Sono stata più di due ore a frugare tra le foglie degli alberi alla ricerca di fari in avvicinamento. 

Con un certo disappunto perchè il traffico era scarso. Ma poi sono riuscita lo stesso a fare qualche foto.
Non come avrei voluto. I boeing sono stati più veloci di me.


Posta indesiderata

E’ arrivata la lettera dall’istituto di Cultura Giapponese.
I risultati del Jplt 2 livello.
La busta è troppo piccola per contenere un buon risultato.
Si passa con 240 punti:

Writing-Vocabulary 50/100
Listening 50/100
Reading-Grammar 112/200

Total 212/400   Not Passed

La mia compatta che se lo sentiva ha preferito annegare piuttosto che fotografare il risultato (poi dicono che le cose non hanno un’anima).

V_______A_______F________F________A______N______C________U__________L________O

Fiumicino da mare

A due passi da casa, quando la scuola dell’obbligo  finiva iniziava l’obbligo di andare al mare. A Fiumicino.
Si partiva con il treno. Ad ogni stagione la sua cura: l’inverno la vitamina C delle spremute, l’estate lo iodio del mare.
Fiumicino era il mare di mamma, con le sue alzatacce, lo stabilimento Vittoria e le cabine verde bottiglia scrostate, l’agonia del ritorno, mia sorella e me rincoglionite e piene di sabbia a camminare e sudare per riprendere quel treno arroventato da un sole ancora allo zenith in quella stazione di Fiumicino paese che già allora pareva abbandonata.
Fiumicino con la mamma, Focene con papà, la domenica, con calma e con la macchina che per raggiungere la spiaggia doveva avventurarsi su strade bianche piene di buche. E noi tre a ridere su e giù per le montagne russe che papà ogni volta, immancabilmente ci regalava. Era quello il nostro mare, quelle buche prese di proposito mentre mamma poverina rischiava di vomitare.
Non c’è mai stata storia, Focene batteva Fiumicino, spiaggia libera batteva stabilimento, 127 batteva treno, papà batteva mamma sempre 3 a zero.
Ieri ero a Fiumicino.
Fiumicino e il fiume, Fiumicino disordinata, senza alberi, Fiumicino con le case popolari mangiate dal sale sul lungomare, Fiumicino e il faro, Fiumicino e i ristoranti di pesce, Fiumicino e l’aeroporto, Fiumicino e il mare. Un mare ingabbiato che non mi è mai piaciuto. Eppure quando sono alla ricerca di luce è qui che torno.
Ieri passeggiavo per via di Torre Clementina con un cartoccio di fritto misto in mano, ma questa volta non sono arrivata fino alla punta dove il Tevere si getta in mare.
Troppo freddo, poca gente in giro, qualche gabbiano in aria, qualcun altro in equilibrio su tronchi strappati da chissà dove.
Il solo rumore lo facevano le cime dei pescherecci arrugginiti e ormeggiati in doppia fila.

Noryoku Shiken, il test per il test

Foto sfocata di Neve*
Il 6 dicembre ci sarà l’esame del Noryoku Shiken e ho deciso che lo faccio. Secondo livello, che il terzo è troppo facile, ma temo che il secondo sia troppo difficile.
L’istituto di cultura ha organizzato un corso di preparazione all’esame.
Otto lezioni da domani. Faccio anche questo ho pensato, così mi costringo a studiare quei sette ottocento ideogrammi che mi mancano per arrivare a meta (…na cazzata).
Ma mi sono detta che ce la posso fare.
Pensavo che bastasse iscriversi per frequentare il corso di preparazione all’esame. E invece no. Ti pre-iscrivi e poi fai un test di ammissione. Il test per poter fare il corso per superare il test. 
Vabbè che sarà, vorranno solo accertarsi che tu sappia che so’ la differenza tra un kana e un kanji, una formalità:diecipagineditest-incinquantacinqueminutidi-tempo!
Praticamente uno-stralcio-dell’-esame. Proprioumanistigiapponesi. Sti benedetti ideogrammi li studio, con calma però no tutti insieme!!!! Ma ormai ero lì e mi sono sottoposta alla tortura.
So’ uscita svuotata, stremata, piegata dalla consapevolezza che le risposte della pagina 5 (il dokkaibun, la  lettura) le ho date come si dice in giapponese a cazzo di cane, avendo capito si e no, più no che si, quindi no, il diecipercento degli ideogrammi.
Ma a dispetto del dokkaibun, o forse grazie a questo, sono stata ammessa. Ammetto di essere rimasta sorpresa e pure compiaciuta.
Me tocca studia’.

Er Fontanone

E’ l’acqua der fontanone ad avemme ispirato
Foto di Neve*

Er Fontanone

Er fontanone tant’acqua sputa fori
Lo scroscio me rinfresca
La luce me stranisce 

Qui tra le fronne der giardino
ce soffia er ponentino.
Nun sarà forse la bora
ma pe’ un momento all’afa più nun penso.

T’affacci poi alla terrazza
e tra scrosci e lampi
co’ la faccia da fregnone me domanni:
ahò ma ndo’ sta er Cupolone?
 
Neve* 16 agosto 2009