Prendo spunto da un reportage del Manifesto di qualche giorno fa di Pio d’Emilia. La crisi ha colpito anche il Giappone. Crolla il mito del paese dove il lavoro non manca mai, o quasi. Lo spettro della crisi si affaccia anche tra il legno dei templi e l’acciaio dei grattacieli.
E i primi a farne le spese sono i Nisei. I giapponesi di seconda generazione. I giapponesi brasiliani o brasiliani giapponesi che tra le fine del 1800 e metà del 1900 partirono per il paese carioca, attirati dalla prospettiva di terra da coltivare e un futuro migliore. Partirono in tanti e si stabilirono nelle coltivazioni di caffè, stupendo i brasiliani per il carattere, la forza e dignità che mostrarono in condizioni certamente non facili. In moltissimi rimasero vivendo una vita in bilico tra due culture , tra conservazione e contaminazione, tradizione e innovazione, lingua madre e portoghese. Il tempo ha fatto il resto.
Seppur in tempi più lunghi i giapponesi del Brasile, le seconde e le terze generazioni, hanno conservato il cognome ma, con gli anni si sono mischiati, amalgamati con le altre comunità. Il colore della pelle, i tratti del viso sono cambiati, e il Giappone dopo 100 anni è ormai un mito, un’idea lontana, un vago ricordo che solo la lingua dei genitori e dei nonni illumina ogni tanto.
Ma il Giappone diventa , negli anni ottanta, gli anni d’oro, quelli della bolla economica, la terra degli avi dove poter tornare. I discendenti dei contadini che un secolo prima andarono per mare, intraprendono il viaggio al contrario. Il viaggio dei padri torna ad essere quello dei figli. Un nuovo viaggio della speranza nella terra che li aveva visti partire.
Il Giappone grazie ad una legge particolare, offre una via preferenziale a chi ha origini nipponiche e accoglie migliaia di “Maria e Eduardo”, i cosidetti Nisei, i giappo-brasiliani, uomini e donne con nome giapponese ma un’ anima samba. Parlano poco e male la lingua d’origine, non capiscono, non si riconoscono e mal si adattano alle regole della società giapponese. Sono estranei in casa. Fuori giapponesi, dentro altro. Dilaniati dalla voglia di farcela e la disperazione per il gap culturale. Vivono spaccati, nuovamente come cento anni prima i loro genitori.
Ma tengono duro, reagiscono, alcuni esaltano il Brasile che portano dentro, altri lo soffocano. Vanno avanti come possono, e accettano lavori duri, mal pagati e poco specializzati. Ai nisei spettano i lavori delle tre K : Kitanai, kiken e kitsui. Occupazioni che i giapponesi non amano più, attività sporche, pericolose e pesanti.
In questi giorni di crisi sono in migliaia i Nisei che perdono il lavoro, e affrontano di nuovo il dilemma dei loro padri, restare o tornare?
Il mondo dei giapponesi brasiliani lo si incontra da vicino in un libro bellissimo, un noir della scrittrice Natsuo Kirino: le quattro casalinghe di Tokyo. La copertina dell’edizione italiana dell’originale OUT, nulla ha a che fare con il libro. Non vi fate fuorviare dall’immagine di geisha in copertina, questo è un libro duro sulla realtà poco edificante di quattro amiche nella Tokyo moderna. Una città grigia, scura, puzzolente popolata da donne stanche e disilluse dalla vita, ma non vinte. Condividono un lavoro triste e malpagato insieme a molti ultimi della società giapponese: i nippo-brasiliani. Quattro amiche schiacciate dalla violenza e dal peso delle convenzioni, ma che dalla violenza e dalla sopraffazione non riescono a uscire.
Un thriller che fa la fotografia ad uno spaccato di società che in pochi conoscono e che vi consiglio di leggere.
Categoria: cultura giapponese
Haiku d’autunno
La traduzione in italiano è mia, mi sono aiutata guardando la traduzione inglese un po’ l’originale giapponese.
Tutte le volte che guardo,
Sulle facce degli uomini,
古壁の穴や名所の秋の月
Tokyo da non mancare: Spa LaQua
Non c’è nulla da fare, lavarsi non è e non sarà mai per questo popolo un’incombenza quotidiana, un male necessario, una veloce lampo ad inizio di giornata. No, è una festa, un momento sospeso, una dilatazione del tempo, il bagno è di nuovo grembo di acqua scura e densa che accoglie e scioglie le tensioni muscolari e la stanchezza quotidiana, mentre vapore acqueo e il gocciolio dell’acqua rilassano mente e sensi.
Ma come abbiamo fatto noi, che abbiamo costruito le terme più grandi dell’antichità, che avevamo reso questi luoghi pieni di incontri, di cultura, di arte, di vita ad abbandonarli e infine a dimenticarli completamente? Intuisco che in questo abbandono la morale sessuofoba della religione cattolica abbia avuto il suo peso.
Dal finestrino: murasaki fujisan
Tornata ormai da parecchio dal mio ultimo viaggio in Giappone, vorrei raccontarvi della prima cosa che ho fatto: prendere il volo Roma-Tokyo.
Il viaggio, lo sapete è lungo, infinito soprattutto se lo si fa raggomitolati in classe economica. Siamo partiti di giorno, avevamo un fortissimo vento in coda che ci ha permesso di arrivare con più di un’ora in anticipo sul previsto. Quasi undici ore anzichè le canoniche dodici.
Le prime tre ore, tra riviste di bordo e pranzo sono passate velocemente, poi no.
Fuori, quando si passa sull’europa orientale all’altezza della Polonia non si riesce più neanche a guardare fuori dal finestrino perchè comincia a far buio. Tramonto, poi buio per quasi tutta la russia e fino a tutta la siberia orientale. Il sole ci aspetta sul mar del giappone, nella terra del sollevante.
Capisco subito di essere dalla parte sbagliata dell’aereo, la destra con le spalle alla cabina di pilotaggio, cioè quella che, una volta sul Giappone non permette di ammirare (sempre che sia sereno) il perfettissimo monte Fuji. Ma il rammarico dura poco, perchè dopo un po’ mi rendo conto di essere seduta proprio davanti all’eccellentissimo Fujisan, che altro non è che la maestosa ala del boeing, che senza neanche troppa fantasia si trasforma nella nipponica dimora degli dei. Il monte Fuji sta lì alla mia sinistra e mi accompagnerà per tutto il viaggio.
Una fortuna così non mi era mai capitata e l’ho considerata di buonissimo auspicio per il mio seppur breve ritorno in Giappone.
Non sembra una delle 36 famose vedute del monte Fuji di Hokusai o Hiroshige? Si, si…
Una giapponese a Roma
Stupore Giappone: Buon vicinato
Giappone, clan della mafia rompe le regole di convivenza. La città si ribella
Causa colletiva per allontanare la “famiglia” dei Dojinkai dal palazzo a sei piani che occupano a Kurume (città del Kyushu, vicino Fukuoka n.d.r)
Per ventidue lunghi anni, i Dojinkai sono stati vicini di casa perfetti. Hanno seguito alla lettera tutte le regole giapponesi del buon vicinato: niente schiamazzi notturni, niente mozziconi in strada, spazzatura differenziata nel modo corretto. Ma da quando i membri di questo clan – mille affiliati, uno dei più importanti della Yakuza, la mafia giapponese – sono stati coinvolti in una guerra fratricida (sette morti in due anni), il quartiere s’è riempito di mormorii. E ora quei mormorii sono diventati la prima causa fatta, in Giappone, per sfrattare un clan.
CAUSA COLLETTIVA – Una causa firmata da 603 persone (che vivono nel raggio di 500 metri dal quartier generale dei Dojinkai, a Kurume) e appoggiata da altre 5.508, che mette in discussione il ruolo – finora incontestato – della mafia giapponese. La vicenda, che vista da occhi italiani ha del surreale, si spiega solo quando si chiarisce che in Giappone la Yakuza è un’attività tra le altre. Insomma: la mafia è legale. Il governo la tollera perché i suoi 22 clan, che danno lavoro a 85mila persone, si occupano di attività considerate “un male necessario di ogni società”: prostituzione, scommesse, racket. Così facendo, le autorità hanno pieno accesso ai conti delle “famiglie”.
DROGA – La situazione è cambiata da quando la mafia ha iniziato a occuparsi anche di traffico di droga. Spingendo lo Stato su posizioni più dure, e i cittadini alla diffidenza. Fino a pochi anni fa, tutto era più tranquillo. I Dojinkai, ad esempio, trasferirono il loro quartier generale in un palazzo di sei piani in un’area commerciale di Kurume, nell’ovest del Giappone, nel 1986. E decisero di integrarsi perfettamente nel quartiere. Le regole imposte dal capoclan erano ferree: cortesia nei saluti ai vicini. Nessuna ostentazione: vietati i doppiopetti, il parcheggio in strada delle auto di lusso (permesso solo durante la riunione della famiglia, una volta al mese). E rispetto delle autorità rionali. Quando, il 10 ottobre 1998, il 56enne signor Akemi Shigematsu (una sorta di amministratore di zona) si lamentò per “1) mancati saluti 2) telefonate a voce alta in mezzo alla strada nel cuore della notte 3) disordinata disposizione della spazzatura”, l’allora capoclan Yoshihisa Matsuo accettò le lamentele. E rimbrottò i “confratelli”.
LA ROTTURA – Due anni fa, però, il clan si è spezzato. E la nuova fazione, i Seidokai, è arrivata al punto di fare vittime (tra cui un innocente, scambiato per il leader dei Dojinkai. Il vero leader ha visitato la vedova, sparso incenso, lasciato denaro in compensazione). E ha sparato in strada. Una volta. Alle undici di notte. Troppo. “Non possiamo vivere in pace”, ha detto al New York Times Kimiyo Morita, 62 anni. C’è chi li difende (“Devono pur guadagnarsi da vivere. E poi sono così gentili, salutano sempre”, dice una signora. Ma la causa ha già spinto i Dojinkai a spostarsi. Di qualche metro più in là, in attesa di un possible verdetto. «Il nostro quartier generale è il nostro castello», spiega al NYTimes il 54enne Nobuyuki Shinozuka, comandante in capo del clan. «Sappiamo che possiamo disturbare la società. Ad esempio perché noi non sogniamo la vendetta: la attuiamo». E la causa? «Tocca allo Stato decidere. Se pensa di non aver più bisogno di noi, può mettere al bando la Yakuza. Ma se non è così, troveremo un altro modo per sopravvivere
».Origami, l’ultima frontiera
Buon Ferragosto!
Il finale del film di Beat Takeshi ZATOICHI. Grandissimo Kitano e grandissimi Stripes, tre minuti di energia pura.
Giappone, impressioni d’estate sulla Nakasendo
La Nakasendo (“la strada che passa in mezzo”), attraversa paesaggi molto belli e tocca cittadine rimaste più o meno intatte dal periodo Edo. Due di queste Magome e Tsumago, nonostante il notevole afflusso turistico, conservano una certa atmosfera da Giappone perduto. Hanno l’urbanistica e l’architettura in legno dei vecchi villaggi giapponesi, quelli che ormai si vedono solo nelle antiche stampe.
Ne ho percorso il tratto che va da Magome a Tsumago, l’estate di due anni fa, accompagnata da un caldo umido insopportabile. Meno male che ho scelto di andare da Magome a Tsumago e non viceversa, perchè al contrario mi sarei fatta otto km in salita.
Otto kilometrI di sentiero che si inerpica tra colline e boschi, molto ben segnalato e tutto con l’antica pavimentazione. Un mini trekking suggestivo,
Qua e là sul ciglio della vecchia strada ho visto strani cumuli di pietra, massi scolpiti, statuette votive. In alcuni punti, ho rischiato veramente di veder compararire da dietro una curva un gruppo di samurai, o una palanchina di nobili…
Japanese Springtime sale!!!
Da sinistra verso destra e dall’alto verso il basso, tutta una serie di articoli che ho preso in Giappone per me e per i miei amici. Come al solito ho esagerato e visto che ne ho ancora un bel po’, se vi serve un’ idea regalo…..Considerate che sono nuovi, introvabili, belli, originali e pure convenientissimi.
foto 1) tre sacchetti di sali da bagno termali.
foto 2) aburatorigami, foglietti anti lucido, usati da tutte le donne giapponesi. Fantastici, ogni confezione ne contiene moltissimi. Da tenere in borsa e usare al posto della cipria.
foto 3) strap coniglio gotico, da attaccare al cellulare, alla borsetta, dove volete.
foto 4) strap hello kitty.
foto 5) manekineko oro, il gatto giapponese talismano portafortuna, con campanellina al collo. Altezza 8 cm. Un classico souvenir giapponese.
foto 6) Tre sacchetti sali da bagno: sali finlandesi, sali di hokkaido e sali profumati al latte e pesca.
foto 7) strap hello kitty geisha shamisen.
foto 8) scatolina di incenso giapponese al profumo di bosco di bambu più pallina in ceramica poggia incenso.
foto 9) coniglietto usagi di cotone imbottito, portafortuna.
Vi piacciono? Se siete interessati a questi oggetti, made in Japan 100% e acquistati da me nel mio ultimo viaggio, mandatemi una mail, o lasciatemi un commento. Ja ne!






